venerdì 22 luglio 2011

Risposta al terzo commento di Mauro e chiusura del discorso

Carissimi Mauro e carissimi tutti/e
Niente affatto lusingata perché a me interessa soltanto la verità del mio essere e di tutto, mi chiedo se tu, Mauro, potresti avere la forza di reggere un Donne-Cosi bis da vero conduttore: cosa difficile ma possibile, solo se avessi tempo e costanza nel misurarti con la mancanza di questo senza demordere.
Comunque a me interessava anzitutto che si capissero le mie intenzioni e che potessi scusarmi, com’è giusto, della mia eclissi, anzi sparizione, per un lungo periodo. Interessava, anzi interessa, che non si usi Donne-Cosi facendolo diventare altro da quello che a stento, a mala pena, continuava a rappresentare per molti i quali, anche se in apparenza distratti, hanno sempre colto con intuito inconsapevole ma insistente quel quid che c’era di sostanza. Mi dispiace che le donne mi abbiano capito “fino ad un certo punto”, come è logico avvenga in tutto ciò che è umano; che non se la sentano di reggere da sole, o meglio: da conduttrici,un nuovo Donne-Cosi.
Grazie, Mauro, per avere detto finalmente la verità del mio propormi nel e dopo il sito. Agli altri chiedo perdono per le mie mancanze con tutta la sincerità che spero mi riconoscano e dichiaro la mi immensa benevolenza di sorella.
Davvero tu mi hai permesso, con la tua diagnosi precisa e generosa, di chiarire il mio comportamento-ultima fase; anche se ai referenti il mio modo di esprimermi risultareasse poco comprensibile e/o quant’altro.
Potessi travasare in questo scritto la piena dei miei sentimenti ne sarei felice. Ma la felicità non è mai piena in questa terra.
Vostra Ausilia

mercoledì 20 luglio 2011

Ultima risposta alla lettera di G. Zanon

"Senza troppi distinguo, senza troppe sottigliezze teologiche, senza inutili remore": così ti esprimi, riproducendo proprio il tuo modo di essere e di fare, di cui non ti faccio alcun torto. Per te va bene così. Ed io, che ammiro il tuo cuore, la tua generosità e la tua semplicità, tutta la mia stima.
Ma, tolto l'aspetto personale, che conta moltissimo nel campo dei rapporti interpersonali, la cosa non funziona per tutto ciò che deve assumere un carattere pubblico, meglio: sociale.  Quando, ad esempio, Ernesto fa quello che fa, davvero ammirevole, e tanto, deve avere ANCHE visibilità, se vogliamo che incida sulla formazione dell'opinione pubblica.
Ecco il punto: la nostra rivoluzione-per deve essere, sì, come il granello di senape, ma deve essere socialmente efficace. E, a tal fine, è FONDAMENTALE avere idee di un certo spessore, che non sto qui ad indicare. Il fatto che tu ti trovi bene a lavorare con "chi fa", non basta a definire ciò che fa. Alzare la voce, denunziare, eccetera, vale, e come!, ma dipende dal complemento oggetto. Per me quello che noi dovremmo fare è essere presenza storica che non cerca spazi e pubblicità, ma si impegna ad essere buona semente per abbattere il muro di un'opinione pubblica deformata da tante idee sbagliate su ciò che è saacro e quindi sul valore del sacerdozio (che, tanto per dire un particolare non secondario, non può essere solo maschile con l'appendice del femminile!), sul rapporto Popolo di Dio e Chi, in esso, esercita un ministero. Soprattutto bisogna avere in mente a caratteri cubitali che la nostra è una questione di FEDE.....
Qui anche il mio discorso è pprossimativo per timore di appesantirlo, ma quel che escludo è che non bisogni fare dei distinguo. Altro che!!!
Comunque, meglio con te parlare sul piano del bene che ci vogliamo e sul bene che vogliamo anche per la nostra chiesa.
Ti abbraccio con sentimenti di stima per quel che sei e quel che fai, nonostante ci tenga a rimarcare la differenza di vedute.
Ausilia

lunedì 11 luglio 2011

Alcuni commenti sulla questione celibataria e dintorni

Concordo con  te cara Ausilia il problema è legato alla  struttura gerarchica della chiesa. Per quanto concerne “la buccia di banana” di cui si parla mi infastidirebbe sapere che l’apertura al sacerdozio uxorato  sarebbe dovuta al fatto che ciò costituirebbe il male minore .La questione è legata all’ esclusione  della donna  dal potere, alla sua discriminazione nei secoli portata avanti dalla “chiesa “ costituita da uomini, che la  hanno identificata  come colei che porta il male in sé, basti pensare ai diversi gradi di subordinazione e dominazione a cui la donna è stata  sottoposta. La teologia ,poi  ha sempre avuto qualche problema ad ammettere la piena personalita’ della donna ,basti pensare ad Agostino. La misoginia di cui la chiesa cristiana era  portavoce sfociò nei secoli XVI e XVII nella caccia delle streghe. Il cristianesimo ha poi   identificato le virtù femminili con l’ubbidienza, l’umiltà, il servizio, creando anche una stretta connessione tra donna e peccato, tra peccato e sessualità.. Ancora oggi si esercita o si prova a farlo il controllo sul nostro corpo. Ancora oggi la moglie di un prete è avvertita come diabolica, tentatrice, corruttrice di virtù. Una rivale di Dio. Quando poi si decide di sposare un sacerdote occorre assumersi tutte le conseguenze che questa scelta porta con sé a livello familiare e sociale. Con il dialogo ,la semplicità ,la testimonianza anche silenziosa si possono mutare le opinioni. Con l’ aggressività si ottiene solo una netta chiusura. E’ sulla concezione culturale, antropologica ,teologica della donna che si deve lavorare .Occorre parlarne con i giusti toni, per dare a chi ci ascolta la possibilità di capire, riflettere, come e perché si è giunti alla legge sul celibato, scardinare pregiudizi ,vedere le cose con uno sguardo nuovo. Bianca
*
Quello che colpisce di più è il silenzio delle donne che avrebbero qualcosa da dire, tra le quali mi metto anche io- Un po' perchè distratte dai problemi di tutti i giorni, un po' perchè forse stanche di vedere un sistema che va avanti sempre nella stessa maniera... Però la mia più cara amica mi ha sollecitato ad intervenire scavalcando tutti questi "limiti" e se ciò può essere utile a qualcuno, o a cambiare la mentalità di fondo allora ecco il mio modesto intervento. "La donna è mobile qual piuma al vento, muta d'accenti e di pensier". In questa nota aria si riassume un po' la mentalità di fondo per quanto riguarda l'utilità della donna in ambito ecclesiale, o forse è meglio dire "ecclesisastico". L'importante in questo contesto che la donna "scelga" di non restare "muta d'accenti" ma, al di là delle rivendicazioni, ricordare la sua "dignità" di essere umano al pari dell'uomo, cosa che in qualsiasi contesto democratico sarebbe ovvia, ma che in ambito ecclesiale incredibilmente stenta. Joelle
+
Giuseppe se è vero che conosci Ausilia, sai anche cosa lei intenda per "spiritualità". Non devozioni intimistiche, non caccia al miracolo, non fuga dalla realtà, ma piena immersione in essa. La spiritualità di cui parla Ausilia è la strada per andare al fondo dei problemi. Il celibato opzionale, il sacerdozio femminile... sono argomenti su cui si può lottare, fare rivoluzioni epocali e poi "dentro" rimanere gli stessi di prima. Come persone e come chiesa. Tanto di cappello a chi si impegna attivamente come Ernesto, come Stefania e come immagino anche te e altri. Ma senza spiritualità il rischio è di faticare inutilmente e in questo senso il richiamo di Ausilia è sempre azzeccato. Tanto più azzeccato quanto più rimane la sola a dire certe cose tra di noi.Mauro Borghesi

sabato 9 luglio 2011

Seconda risposta alla mail di Giuseppe

Giuseppe afferma:
Mi domando se il nostro confronto è la lotta col potere gerarchico o se invece il nostro impegno non sia piuttosto un confronto col vangelo e con i suoi valori. Che mi importa dei paludati signori che pontificano...quando, come la statua di Nabuccodonosor ...  siamo qui per vivere e far vivere il vangelo e sui valori di esso cerco il confronto con chi vuole impegnarsi per i preti sposati e per le donne coinvolte con preti.

Con questi paludati signori, come lichiami e non a torto, abbiamo da fare se ci proclamiamo appartenenti alla ciesa cattolica, altrimenti - nulla di male, certo - siamo senza una chiesa oppure in un'altra chiesa. A me piace la chiarezza, ed è per questa che si fa questione circa il celibato dei preti.
C'è una contraddizione di fondo nei soggetti che si scatenano contro, o peggio, ignorano con disprezzo, i paludati; si battono per sostenere che sono-rimangono appartenenti al presbiterio, vogliono amministrare i sacramenti ( e alcuni lo fanno con arbitrio), hanno l'angoscia esistenziale (sic!) perché desacralizzati etc.; parlano di chiesa alternativa, ma dove è questa chiesa se non nell'invisibiltà (come chiesa)? E poi pretendono sposarsi contro la legge a cui si sono legati con una promessa, senza chiedere un permesso o spiegare umilmente i propri motivi che sono seri. E le donne a parlare di innamoramento-amore per un prete, a pretendere che i preti si sposino o ad accettare compromessi!!! E' questo il vivere e far vivere il vangelo?
Certamente confrontarsi col Vangelo è essenziale, ma non possiamo ignorare la storia; non possiamo far finta che tutto ci autorizzi a stare nella chiesa così com'è attraverso la trasgressione, legittima, se vogliamo, ma da clandestini.... Preferisco almeno la denuncia, la messa in evidenza dei controsensi della storia quando ha fatto il suo tempo: o anche l'uscita anonima, ma reale. Se mio marito avesse fatto la scelta del pastorato valdese, sarebbe stato meglio che continuare a soffrire come ha sofferto.
Io, però, per conto mio, debbo essere sincera: alla frequenza dei sacramenti ci tengo, come anche ad i molti tesori di sapienza cumulati (tra tante astruserie, se vogliamo), al bene che si fa in certi luoghi, al fatto che nelle feste religiose ci sia gente sinceramente credente che partecipa col senso del sacro (non idloatrico)... eccetera eccetera.
E vorrei farl camminare la storia........................................... E' per questo che mi piace questionare sul celibato e su quello che esclude la donna nei posti-chiave della vita della chiesa....
Tronco qui, e forse mi sono espressa precipitosamente, ma nutro la speranza di trovare corrispondenza attiva. Vostra Ausilia  

giovedì 7 luglio 2011

domenica 3 luglio 2011

Una prima risposta a Giuseppe

Caro Giuseppe, assieme agli altri,
Nel numero due dici delle cose che accetto perché le affermi con convinzione, ma non mi convincono.
Il tuo parlare nei termini “ne f... del potere ecclesiastico, è il vangelo che ci interessa, è il fratello che ci chiama, è la carità di Cristo che ci spinge!, trovo disprezzo per la chiesa del potere, e allora ti contraddici: disprezzare, è peggio che lottare-per.. E lottare si può senza volere vittorie di Pirro, come quella che ti esaltava nell'augurare che la legge celibataria trovasse una sua contraddizione e un inciampo (traduco con termini soft) attraverso la sicura caduta sulla buccia di banana della pedofilia...
Tutto l’aiuto caritatevole che si può esprimere nel quotidiano privato acquista una rilevanza storica quando ha una portata universalizzante, non se si pone come antidoto unico agli innumerevoli disagi dell’umano; dovrebbe essere, più che rimedio ad una strutturazione che inclina-male, un dovere laico di coscienza per tutti, e certamente lascia il fatto di sostanza immutato.
Il Vangelo! Siamo noi soli che ci accorgiamo della legge d’amore evangelico, anche se questa viene indurita da una struttura radicalmente, antropologicamente, sbagliata! Non ho paura di parlare di sbaglio, errore. La storia ne è disseminata, e il cammino di liberazione deve percorrere le vie impervie della verità e della chiarezza. Il vangelo non può genericamente essere applicato a singole situazioni consacrate dalla storia umana fallibile… Siamo noi tutti, persone di fede, chiamati ad intraprendere le vie meno facili della cultura; e non parlo di quella raffinata ed elevata, ma di quella che incide sul modo di trattare l’umano.
Quello che noi donne non riusciamo a fare capire a voi uomini, è che lo statuto del femminile non deve essere discriminante in nessun modo, nemmeno se ricoperto da adoranti, svenevoli esaltazioni….
La questione femminile, affrontata in materia di carattere religioso-spirituale, ha una portata e n o r m e , anche negli aspetti più comuni dell’umano, figurarsi in quello del potere. Il concetto di gerarchia, pur valido al di là della voglia di azzerarlo, unito a quello dell’esclusività maschile, è pestifero, e nemmeno la devozione mariana riesce a contrastarlo, anzi…
Abbiate pazienza, ma io considero che gli argomenti siano complessi, tanto quanto sono semplificati nella tua penna, e perciò mi fermo qui, perché è già serio quanto ho detto a te e, implicitamente anche ad Ernesto, nonché a chi ha orecchie per intendere.
Ad altra risposta in seguito!
Ausilia (che lotta nel cercare di capire e squinternare  i problemi reali in profondità). 

giovedì 30 giugno 2011

Questione celibataria

Carissima Ausilia, carissimi tutti,
                                                                   trovo finalmente un pò di tempo per intervenire nella interessante chiacchierata avviata tra noi. Lo faccio per punti, per essere più chiaro, per essere più leggibile.

1  Ho aggiunto l'indirizzo di Joelle perchè mi sembra giusto sentire anche il suo parere, lei che ha percorso un lungo tratto di strada nel sito DONNECOSI, lei che avrebbe certamente ancora tante cose da dire.

2  Ausilia, non so che significato dare alla tua affermazione che è quasi inutile lottare perchè '...la vera causa del disagio femminile nella Chiesa è il potere gerarchico...'. Mi domando se il nostro confronto è la lotta col potere gerarchico o se invece il nostro impegno non sia piuttosto un confronto col vangelo e con i suoi valori. Che mi importa dei paludati signori che pontificano...quando, come la statua di Nabuccodonosor dai piedi d'argilla, sono messi quasi quotidianamente di fronte a realtà che li richiama a terra, vedi Bagnasco col caso di don Seppia e di don Marengo, per parlare solo di Genova.
Non siamo qui per lottare contro qualcuno, siamo qui per vivere e far vivere il vangelo e sui valori di esso cerco il confronto con chi vuole impegnarsi per i preti sposati e per le donne coinvolte con preti.
A questo proposito ha tutta la mia stima Ernesto Miragoli: dice con la libertà dei figli di Dio (notevole la sua intervista sul due,intervistato dalla Balivo, lui e sua moglie Paola), scrive con bravura, senza accorgimenti, paure e tattiche (facendo tremare il potere gerarchico, se vuol capire-da leggere il suo articolo 'Bagnasco e don Seppia' sul sito WEBALICE), che io sappia, va anche in Svizzera ad aiutare preti, preti in difficoltà, preti sposati, trovando sempre il tempo tra i suoi molteplici impegni.
Bravo Ernesto, chi se ne f... del potere ecclesiastico, è il vangelo che ci interessa, è il fratello che ci chiama, è la carità di Cristo che ci spinge, senza della quale saremmo cembali squillanti!

3   Ausilia parli di 'rinnovamento spirituale' e di 'un soffio di spiritualità'. Ma certo che ci vuole anche spiritualità oltre la vita cristiana, ma non tiriamola in ballo adesso che stiamo lavorando tra noi  per i nostri fratelli e le nostre sorelle perchè potrebbe diventare anche un ostacolo. Quale spiritualità?
Padre Pio, Chiara Lubich, la Madonna di ....     Ognuno si tenga la sua, quasi per pudore, neanche parliamone. E già che mi hai stuzzicato ti dico che io, ex carmelitano, sono andato dai padri carmelitani di Brescia, per proporre, a nome della mia parrocchia e del relativo Consiglio parrocchiale, una tre giorni di spiritualità carmelitana: S.Teresina, S.Giovanni della Croce, S.Teresa di Avila. E con questo? Il mio impe-gno per la causa dei preti sposati neanche dovrebbe saperlo!

4    Ausilia, quandi dici che sei stata l'asse portante del sito DONNECOSI , non posso altro che riconoscerti tutto il merito di aver aperto una strada, di aver portato una parola di fiducia a tanti cuori infranti, di a-
ver raggiunto con una iniezione di fiducia evangelica  tante persone deluse.
E quando dici che 'si augura che altri possano continuare in maniera innovativa', io non vedo altri in Italia che il BLOG di Stefania Salomone, che va aiutata in tutti i modi, senza troppi distinguo, senza troppe sottigliezze teologiche, senza inutili remore. Lo so, il sito di Stefania è diverso del tuo, molto, ma io ti dico che mi sono trovato bene a lavorare con te (e Joelle) e che ora mi trovo bene a lavorare con Stefania!  

E basta perchè diventerei troppo pesante;attendo una tua, una vostra risposta.
                                                                   
                                                                                              Un saluto carissimo. ciao
                                                                                               Giuseppe Zanon

domenica 26 giugno 2011

Corpus Domini

Oggi è la festa del Corpus Domini. Chi se ne accorge se non i fedeli praticanti?Eppure oggi si fa tanto parlare del corpo, e la relazione con il cibo è avvertita quanto mai. La frase "Siamo quel che mangiamo" ha fatto testo; ma, anche se intrigante, è riduttiva se non si dà al termine 'mangiare' in signficato complessivo di integrazione del corpo con ciò che lo alimenta da ogni punto di vista.
Ebbene, è giusta l'identificazione del corpo con tutte le sue potenze; uno spirito avulso dal corpo non è umano; un corpo avulso dallo spirito che lo vivifica è inerte massa di cellule. Il corpo ètutto l'essere in continua assimilazione ed espansione, proprio come indica il rapporto col cibo.
Ma non voglio disquisire, bensì fare una sottolineatura. In questo blog torniamo spesso sul concetto di umano-divino che caratterizza l'umano integrale, totale. Cristo, perciò, è vero Uomo quanto è vero Dio, e tale suo essere offre a noi perché lo facciamo nostro. Nessuna paura di interpretazione, inaccettabile ai razionalisti puri, della carne di Cristo che si fa cibo. E parliamo, non di un cibo simbolico, bensì reale: della sostanza di Dio incarnato che vuole essere Ununm con noi.
Altro che tanta preoccupazione per la 'facciata'! E' questione di sostanza: siamo carne a contatto con la carne di Dio. Come sperimenta chi si incarna, facendolo proprio, nel dolore altrui.
Se proviamo a rileggere queste semplici frasi alla luce dello Spirito che illumina mente e cuore, ci rendiamo conto di quanta sete e fame abbiamo di Dio!
Ausilia 

martedì 21 giugno 2011

Sviluppare il sito Donne-cosi?

Mi è giunta la domanda sul perché della chiusura del sito Donne-Cosi. Ne sta nascendo un dialogo che riporto e spero si possa sviluppare.

2011/6/20 Ausilia Riggi Gmail <au.riggi@gmail.com>
Sono Ausilia Riggi e sono stata l’asse portante del sito, e ora non esclude, anzi si augura che altri possano continuare in maniera innovativa. Io non me la sento più per mancanza di “energie”, data la bella età di vicina-agli-ottant’anni condita di molte malattie. Il mio dedicarmi alla poesia ed a blog semplici è un modo per sentirmi viva
Ma mi pongo e pongo una domanda: a che pro lottare per le donne che sono coinvolte in svariati modi nella questione celibataria, se la vera causa del disagio femminile nella Chiesa è il sacerdozio gerarchico, che esclude dal potere (gestione verticale e prettamente maschile)? Ma chi vuole questo potere? Ci sono questioni di fondo che le redattrici e i redattori dovrebbero aver chiare e possibilmente nette, anche se da-esprimere in forma semplice.
Tutto il mondo implora inconsapevolmente un soffio di una spiritualità (non di genere!), in controtendenza alla deriva progressista, ecc. ecc. Se mi dice chi è Lei, e perché fa questa domanda, potremmo continuare a parlarne.Grazie, Ausilia Riggi
***
Da: A. ***  Oggetto: Re: risposta a chiusura DONNE C0SI

Gentile Ausilia Riggi, grazie per il suo messaggio. Condivido quanto lei mi scrive riguardo il disagio femminile nella Chiesa: insieme alla questione celibataria è davvero necessario mobilitarsi per decostruire la struttura di potere/controllo delle gerarchie ed il maschilismo alla base di questa. Capisco queste cose più di quanto immagina, perché tutte queste ingiustizie le ho vissute e le vivo sulla mia pelle: come donna, perché sono una donna, nonché come persona che non ha mai voluto rinunciare alla propria indipendenza di pensiero e libertà di parola, la Chiesa cattolica mi ha fatto soffrire davvero molto. Il mio è un caso particolare: sin da quando ero ragazzina ho sentito la vocazione al sacerdozio ed ho dovuto lottare con la crescente frustrazione di non poterla realizzare nella mia Chiesa. Poi, recentemente, mi è capitato di innamorarmi di un prete, anche se ho chiuso presto la questione che, come potrà immaginare, era senza speranza. In ambedue i casi, come donna, non posso competere con la Chiesa-struttura, con la Curia, con il suo potere di plasmare le menti e intrappolare le persone nelle sue logiche e nei suoi schemi. Da qualche tempo mi sono avvicinata all'associazione Women Priests, che si batte per il sacerdozio femminile e più in generale per affermare i diritti di uguaglianza e la dignità delle donne all'interno della Chiesa. Ci sono tante donne straordinarie impegnate in questa causa, ma il nemico è talmente grande che a volte temo che ci vorrà molto, molto tempo prima che tutti gli sforzi fatti portino ad un cambiamento effettivo. Se la questione dei preti sposati è ancora lungi dal realizzarsi, quella del sacerdozio femminile mi sembra ancor più lontana, lontana anni luce. Purtroppo. Questi, in estrema sintesi, sono i motivi e le vicende dietro la mia domanda. Credo ci sia una grandissima necessità di cambiamento....ma come fare...? E' una lotta che lascia spesso deluse ed abbattute
Cordialmente, A.***
Rispondo oggi:
Non ritengo che lottare – tout-cour – contro il potere sia una ricerca di soluzione dell’annosa questione femminile nella chiesa. Tenendo conto che il potere, ogni potere il quale sovrappone gli individui tra di loro vada smantellato pian piano, e che certamente il processo verso la liberazione è sempre, non solo lunga, ma interminabile, tranne che sopraggiunga un’apocalisse ad accelerarla.
Ma nella chiesa, che ha avuto in consegna il Vangelo, non si può tollerare che essa stessa si faccia struttura di potere. Allora, secondo il mio modesto parere, facciamone una questione di fede. E quindi di missione ad agire mediante la trasformazione delle coscienze in seno alla società. Il lato femminile della questione potrebbe prendere una buona piega se usasse strumenti diversi da quelli politici, e cioè attraverso il rinnovamento spirituale. Oh come ne sono convinta!
Che ne diresti (mi sbilancio a darti del tu) se continuassimo a parlarne nel blog Conversazioni, con la prospettiva di lanciarlo come sviluppo di “Donne Cosi”?
Intanto facciamo il tentativo di coinvolgere altre/i. Facciamo della pubblicazione di questo che può divenire un esordio.
Grazie per aver risposto, e, se puoi aggiungere qualche dato personale, come quello anagrafico, va meglio. Secondo me, l’età vetusta può dare frutti meno abbondanti, ma qualitativamente prosperosi…..
Asulia


venerdì 17 giugno 2011

“Il Regno di Dio patisce violenza”

A volte è difficile cogliere il giusto senso di frasi celebri, come questa che nella Bibbia conclude la narrazione dell’episodio fondamentale della storia di Israele, in cui vediamo Giacobbe in lotta con Dio per una notte intera, segnata alla fine da una ferita al femore che lo renderà zoppicante, ma che strapperà una benedizione per il nuovo popolo, fatto erede del ‘Regno’ e cioè dell’assidua presenza divina.
Certamente per capire la Bibbia bisogna entrare nell’atmosfera specifica, tramite una preparazione specialistica. Ma se si porge al popolo con correttezza la quintessenza del nocciolo della verità, forse non è difficile smarrire profondi significati in maniera semplice.
Cosa significa lottare con Dio?
Torna il tema della volontà, tanto malintesa oggi ancor più di ieri, in epoca che punta sulle potenzialità del soggetto da far emergere. Il nodo da sciogliere è proprio nella parte che spetta all’io. E’ Dio a volere una creatura in un certo senso in competizione con Lui. Ecco: il resistere nel progetto di realizzare un destino in cui l’io diventa un noi potenziato dal divino, trasforma il cammino storico, sempre tortuoso, in un itinerario sovra-storico.
La violenza di cui si parla è la resistenza, non l’attacco; che è di Dio stesso. Il duello ‘corpo a corpo’ dà l’idea di quella che mi piace chiamare voglia di incarnazione di Dio …
Una nota personale: a me, per entrare nello spirito della frase, basta puntare sul fatto che è Dio per primo a voler entrare dentro di me. So che non dà luogo a realizzazioni di sorta cedere alla mollezza della vita tranquilla, mentre mi ritrovo di fronte alla possibilità di essere più grande di me stessa, lasciandomi trasportare dal fascino dell’immortalità.
Ausilia  

giovedì 16 giugno 2011

Qualcuno (oh l'anonimato!) si chiede se le fede è "qualcosa a prescindere"?
Come al solito, si cercano definizioni dell'indefinibile, che è sempre legato al mistero. Ecco la mia risposta apertis verbis: la fede nasce dalle profondità del nostro essere, come aspirazione al Tutto, alla trascendenza in cui tutte le cose (e noi stessi) acquistano luce che non scaturisce da noi, altrimenti sarebbe un fattore intimistico o di adesione ad una verità codificata.
Come dire "cosa è" se non attingiamo alla Fonte? Quel che spetta all'essere umano è proprio l'uscita dal solipsismo, connesso ai luoghi comuni, e la ricerca, la disponibilità a ricevere luce.
Sant'Agostino per decine d'anni vagò in ricerca della verità, lasciando, senza saperlo, porte e finestre aperte perché la Luce lo inondasse.
Per avere un sì pieno  bisogna dire dei no a ciò che appare e che svanisce presto. Più che una questione di volontà, si tratta di predisposizione, favorita dalla messa in atto di uno stile di pensiero e di vita che... non si accontenta delle fatue credenze e sentimentalismi. Anche l'umile "ignorante" che ha buon senso, fa già più di un dotto se alza gli occhi al cielo e lo interroga: quante volte l'ho constato!
Ausilia 

giovedì 9 giugno 2011

Armando e il suo... peccato originale

Fa pensare (è il secondo limite di chi vorrebbe dire il proprio pensiero commentando il tuo) la tua percezione del paccato originale provocata dalla interpretzione del teologo Ravasi. Come non essere d’accordo con quella riflessione a cui certe se ne possono aggiungere molte altre!
Io in questi pensieri casco dentro ogni volta che tento di pregare. Al primo rivolgermi a Dio, scatta in me la percezione del mio essere, del mio essermi distanziato da Dio... e mi torna, rattristante ma non angosciante, la seguela del mio vissuto che non voglio dimenticare. Si tratta di questo (ecco il mio essere nel peccato originale): avere messo Dio dapparte, in riserva, non averlo buttato via ma averlo accantonato mentre io mi sceglievo la parte più comoda e alettante. Ecco la mia percezione del peccato originale.  E proprio in quei momenti avverto il bisogno di redenzione, sento che davvero ho bisogno che qualcuno mi rifaccia, mi riavvii, mi ridia il coraggio di avviinarmi a Dio...
E mi pare che senza questa percezione e convinzione del bisogno di redenzione e della sua possibilità non ci sia via per la consolazione...
Anch’io a volte sento il bisogno di dire queste cose e di trovare riscontro nel dialogo con gli smici... Che ne dici?
Armando Zecchin

lunedì 6 giugno 2011

Il peccato originale

La notte scorsa ho sentito una conferenza del grande teologo Ravasi,  sul peccato originale, con commento a Genesi 3.
Che pascolo! Altro che lettura miope che ridicolizza la realtà simbolica della parola biblica!
Il peccato originale è la nudità scoperta dall’essere umano (= Adamo) nel momento in cui si appropria del’albero della conoscenza (parola biblica ….) del bene e del male. Il giardino dove è posto tale albero, che rappresenta l’esistenza umana, è in custodia nostra, e tale albero suona come monito a che non perdiamo l’innocenza creaturale originaria.
Bisogna affidarsi, non alla consapevolezza conoscitiva quale la intendiamo dal punto di vista psicologico, e non ad una scelta coscienziale di libertà, nella quale si concentrano le energie vitali-mortali umane;
e fare
un’apparente rinunzia: alla propria soggettività malata di psicologismo, per lasciarsi riplasmare dallo spirito, soffio di vita divina senza fine.
Se ricostruiamo dentro di noi l'immagine di Di, non diveniamo dèi, ma  ci ritroviamo immersi nell’Unità dialogica di Dio stesso, la Trinità. Dalla trinità umana (corpo-anima-spirito) alla trinità divina, tramite Crsito incarnato nel seno di Maria.
Questa è la felicità sulla terra….
Parole difficili per chi non ha per maestro lo Spirito, come i discepoli che non capivano le parole di Gesù, e per chi non prega, adorando (da = ad os, mettere la mano davanti alla bocca, cioè tacere in modo da ascoltare).

sabato 4 giugno 2011

Dal sito delle teologhe

Riporto il fatto senza commenti immediati. Ma una domanda si fa insistente in me: consiste in questo il rinnovamento SPIRITUALE della Chiesa?

«La festa di Pisapia è l’inizio», ha detto, esaltando l’elezione del candidato di centrosinistra come una «primavera». Mancava solo l’immersione nel fonte battesimale della fascia tricolore e poi l’eresia sarebbe stata completa: «Io ti battezzo sindaco, nel nome del padre, del figlio e dell’antiberlusconismo». Amen. Andate e predicate il vangelo e i matrimoni gay.
La posizione della Curia ambrosiana, d’altra parte, era apparsa chiara già durante la campagna elettorale. Interventi di vicari episcopali, messaggi nemmeno troppo velati e la discesa in campo degli uomini di punta della diocesi, che facevano girare documenti di pieno sostegno al candidato rifondarolo: con il suo discorso ai cresimandi, il cardinale non ha fatto altro che esplicitare la scelta, anche se è difficile capire come mai tanto fervore di un uomo della Chiesa per un politico che sostiene le coppie di fatto, le unioni omosessuali, l’eutanasia e tutto ciò che è contrario ai valori cristiani. La Moratti, per dire, con tutti i suoi difetti, finanziava abbondantemente i centri aiuto alla vita per limitare il più possibile il ricorso agli aborti. Pisapia, benedetto da Tettamanzi, farà lo stesso?
Nel frattempo, i cattolici si possono consolare con una bella conquista: la stagione dei laici scandalizzati per «l’ingerenza della Chiesa nella politica», è finita in un batter d’occhio. Ci avete fatto caso? È bastato che l’ingerenza fosse a favore della sinistra, e zac, come d’incanto, ha smesso di essere un problema.

mercoledì 18 maggio 2011

Carlo Castellini riporta citazione di Zizola sulla beatificazione di G. P. II

Il giornalista e scrittore GIANCARLO ZIZOLA traccia un profilo equilibrato e critico del papa polacco salito dopo soli sei anni, agli onori degli altari come beato. Sostanziosi ed essenziali i riferimenti all'eccellente BIOGRAFIA, di ANDREA RICCARDI,“GIOVANNI PAOLO II. LA BIOGRAFIA”,San Paolo, Cinisello Balsamo, 2011, pp. 561, Euro 24,OO, secondo il quale Giovanni
Paolo II, si proponeva con la mobilitazione carismatica di massa di costruire una risposta valida sul lungo periodo della crisi di identità del cattolicesimo.
Il testo.
Il processo canonico apertosi per una deroga di BENEDETTO XVI poco dopo la morte del papa polacco nel 2005 si è concluso in modo non meno fulmineo e così, in appena sei anni, KAROL WOJTYLA si trova circonfuso di gloria celeste
mediante la cerimonia di beatificazione in San Pietro il 1 maggio.
Sono state annunciate di contorno veglie di preghiera, canti, concerti e mostre una folla mostruosa di due milioni di persone tale da bloccare la vita normale di Roma, nel giorno abitualmente dedicato alla Festa Universale del Lavoro.
Una sovrapposizione fastidiosa che in epoca di discernimento conciliare del valore del tempo storico sarebbe stata facilmente e ovviamente evitata. L'apoteosi del beato ha trascinato inevitabilmente con sé anche il rilancio del movimento dei “Papa Boys” che si erano dovuti morsicare la lingua per
rinviare di sei anni l'esclamativo “Santo subito”! obbedendo alle discipline canoniche imposte da RATZINGER.
Come era facilmente prevedibile, l'aureola si conferma ancora una volta un utile strumento di glorificazione, meno un buon servizio al discernimento della grandezza storica del soggetto posto sugli altari. L'occasione favorisce l'approccio agiografico, il panegirico degli “exempla virtutis”, meno l'analisi mediante strumenti critici e indipendenti della complessità storica della sua opera.
Per di più il tempo troppo breve lasciato alle indagini e alle verifiche multilaterali nell'istruttoria canonica sulle virtu' cristiane “esercitate in grado eroico” del Servo di Dio lungo l'intera sua vita ha rivelato quanto la decisione finale fosse in certa misura già scritta, comunque funzionale non solo alla rimozione di una matura verifica critica, ma anche alla conferma e
alla messa in garanzia di un paradigma ecclesiologico che in GIOVANNI PAOLO II aveva celebrato il suo trionfo, ma che non esce dalla prova della storia con virtu' incontestabili, anzi ha già rivelato AMBIGUITÀ E LIMITI: L'EQUIVOCO SPIRITUALISTA.

martedì 17 maggio 2011

Un pensiero

C'è un ateo, che va da un rabbino e gli chiede: "Insegnami la tua fede mentre io sto su un piede solo. Il rabbino lo manda a quel paese. Ma c'è un rabbino un po' più tollerante, un po' più buono, un po' più comprensivo, al quale lui si rivolge e gli fa la stessa perentoria domanda: "Insegnami come si fa ad aderire alla tua fede, mentre che sto, dritto in piedi, su un piede solo". Il rabbino gli risponde: "Ama il prossimo tuo come te stesso e non te ne importare d'altro. Il resto è commento".

sabato 14 maggio 2011

Armando sul libro di Ratzinger "Gesù di Nazaret"

Forse non esco molto dai consueti temi degli interventi nei diversi blog.
Mi pare che chiedersi un parere su "Gesù di Nazaret, dall'ingresso in Gerusalemme fino alla isurrezione" dell'attuale papa, sia in linea o possa entrare in linea con il nostro discorrere. Io sto rileggendo questo libro (regalatomi dai miei nipoti), anzi l'ho già riletto, perché non voglio perdere particolari importanti e a volte fugantaj incertezze interpretative.
Mi piace in esso il tono pacato e umile, rispettoso delle recenti conclusioni esegetiche: proprio attraverso la incarnata esposizione di queste si ha l'impressione di riattingere, attraverso una via pù corretta e persuandente, ciò che prima si pensava rimanendo però nella necessità di rinunziare a vedere tutto in coerenza. A volte mi sembra che il teologo mi abbia spiato dentro e abbia aggiunto ciò che doveva rendere coerenti i diversi punti de mio sapere biblico, e indirettamente di fede.
Mi piacerebe che su questo gli amici di queste conversazioni, dicessero le proprie impressioni (magari dopo qualche tempo, quando si è potuto ripenetrare nei contenuti del testo).

Che ne dite?   Armando

domenica 8 maggio 2011

Joelle e la sua replica

Tu, Ausilia, dici: "E questo (il mistero), pur lasciandomi nell'ignoto, richiede la mia parte." Non sono d'accordo sul fatto che il Mistero ci lasci totalmente nell'ignoto, tutt'altro! Perchè se così fosse non avremmo alcuna spinta a cercare e a fare la nostra parte...Solo quando si hanno le tracce si è portati a proseguire la ricerca, altrimenti non esiste motivo. Se nella mia "scatola di cartone" (così chiamo la "realtà di ciò che appare") non ci fossero balenii di luce, resterei quieta nel mio perimetro, ma quegli sprazzi (ma a volte veri fasci di Luce) che bucano questa realtà mi portano a "sentire" la realtà del Mistero, che diviene sempre meno Mistero, man mano che lo Spirito si apre a riceverla! Compatisco le persone che decidono di credere solo a ciò che si vede e si tocca (senza analizzare le loro motivazioni) come fossero pezzi di carne buttati nel teatro di questa (per loro) unica esistenza! Magari persone degnissime, ma è come se portassero una valigia carica d'oro, inconsci del suo contenuto...sacrificando così ciò che c'è di più prezioso.
Joelle 

venerdì 6 maggio 2011

Quel che di sbagliato c'è nel mondo

Ieri una conversazione con persone nelle quali non c'è chi non si possa riconoscere si parlava di quali rimedi andrebbero adottati in Italia per sollevare le condizioni della gente povera fino a rischiare la miseria assoluta. Si è detto di tutto, e il discorso è sfociato nella considerazione globale su problemi di carattere mondiale. Non vi ripeto ciò che ciascuno potrebbe dire alla pari di loro sul prepotere, su ciò che vi si oppone in maniera sempre inadeguata, sulla previsione di una sicura catastrofe verso la quale staremmo precipitando. E allora la ribellione sarebbe l'unico modo per snidare ogni malefatta.  
Ci si muove sempre su sistemi e principi massimi: tutti hanno la loro parte di torto. La sintesi è che tutto è sbagliato per colpa di questo e di quello. Dio, la fede, chi fa del bene, richiamano, in questi discorsi, la fatica di Sisifo, col suo voler far rotolare con sforzi enormi un masso verso l'alto, per vederlo sempre precipitare giù.

La storia non insegna niente a nessuno. Cristo, in pratica, non ha fatto niente perché la sua resurrezione non dice niente a moltissimi. Certamente l'Apocalisse biblica non fa prevedere un futuro splendido, e pochissimi la conoscono, come quasi nessuno attinge alla Bibbia ed ai tesori di grazia che potrebbero essere la nostra garanzia di salvezza.
Cosa ho da evidenziare io in questo desolante quadro?
Penso sempre a quanto la beghina percepiva come risposta alle sue insistenti domande sul male nel mondo: "TUTTO SARA' BENE". Penso all'epoca dello Spirito profetizzata da Gioacchino da Fiore. Non annego in un mare di risposte che hanno molto del vago. Non mi rifugio come  in un buco, nel posto privilegiato della mia coscienza, ma da esso mi metto a contatto col mistero, bussando alla porta che separa la realtà-di-ciò-che-appare dalla Realtà del Mistero. E questo,  pur lasciandomi nell'ignoto, richiede la mia parte. E allora mi propongo di fare diventare vita reale la mia Speranza teologale, ogni momento e in ogni piccola cosa del mio vissuto. Oh se ciascuno mettesse il suo mimimo contributo a far trionfare il bene sul male!
Facciamo presto, sempre e in ogni modo, tutto quello che possiamo noi nel nostro piccolo e nel nostro Grande. Scaviamo nella possibilità di concorrere alla nuova creazione, continua, la quale faveva dire alla Hillesum nell'inferno di Auschwitz: "Dio vuole essere aiutato", e, forte del suo sì, spandeva il seme della speranza e perfino di una felicità, che non fosse fine a se stessa.
Ausilia  




domenica 1 maggio 2011

Ma da dove viene il male del mondo?

Alla domanda si risponde in tanti modi. Perfino nel mondo laico si risponde che tutto dipende da noi. Non c'è teologia o buon senso che possa dare una risposta adeguata. E' vero che l'essere umano è un gran 'guastatore' qunando agisce secondo il proprio egoismo (quasi sempre, anche in maniera mistificata), ma accollargli la colpa di generare il male è... un po' troppo.
Io cerco una risposta quando mi trovo di fronte alle vittime innocenti colpite da atroce dolore, come fa scuola Dostoevjskij. Il dato di fatto è che in noi c'è la speranza ad alimentare una via di uscita, forse anche cercando qualche consolazione. C'è la fede per chi si abbandona al mistero con la fiducia che il senso del male, pur nella sua inesplicabilità, può trasformare la disperazione in  ricerca profonda di senso oltre il sentire umano, nella certezza che tutto, anche dolore e male non significano impossibilità di costruire pezzo per pezzo un'umanità affratellata anziché abbandonata al destino (non sono le parole che aiutano, ma l'aiuto reciproco concreto). E' soprattutto la capacità di mettere a posto dell'odio l'amore.
Anche il Dio in cui crediamo in diversi modi (anche negandolo), non può non essere che dalla nostra parte. Il male non può venire da Lui. E la nostra fratellanza non può escludere Lui, presente in chi subisce il male, regalandoci uno squarcio per scorgere in seno al mistero un seme di verità al di là dei nostri poveri ragionamenti.
Ausilia