giovedì 11 settembre 2014

ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE

ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE

1) I testi

Nm 21,4b
In quei giorni, il popolo non sopportò il viaggio. Il popolo disse contro Dio e contro Mosè:Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero. Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti brucianti i quali mordevano la gente, e un gran numero d’Israeliti morì. Il popolo venne da Mosè e disse: Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti. Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita. Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita.
Sal 77
Ascolta, popolo mio, la mia legge, / porgi l’orecchio alle parole della mia bocca. / Aprirò la mia bocca con una parabola, / rievocherò gli enigmi dei tempi antichi. / Quando li uccideva, lo cercavano / e tornavano a rivolgersi a lui, / ricordavano che Dio è la loro roccia / e Dio, l’Altissimo, il loro redentore. / Lo lusingavano con la loro bocca, / ma gli mentivano con la lingua: / il loro cuore non era costante verso di lui / e non erano fedeli alla sua alleanza. / Ma lui, misericordioso, perdonava la colpa, / invece di distruggere. / Molte volte trattenne la sua ira / e non scatenò il suo furore.
Fil 2,6-11
Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: Gesù Cristo è Signore!, a gloria di Dio Padre.
Gv 3,13-17
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: 13 Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. 14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, 15 perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. 16 Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17 Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

2 La festività

La festività odierna che interrompe il normale ciclo delle domeniche, ha maggiore rilevanza per i cristiani orientali, i quali la considerano quasi una seconda Pasqua.
La Chiesa cattolica, molte Chiese protestanti e la Chiesa Ortodossa la celebrano il 14 settembre, anniversario del ritrovamento della Croce, avvenuto il 320 da parte di sant'Elena (madre dell’imperatore Costantino).
Nei secoli questa festività incluse anche la commemorazione del recupero della Vera Croce, strappata dall'imperatore Eraclio nel 620 dalle mani dei Persiani.

3 Veloce sguardo d’insieme sui testi

La prima lettura racconta che gli israeliti, dopo essersi ribellati a Dio e a Mosè, vengono puniti. Rientrati in sé, chiedono a Mosè di intercedere presso Dio. Il serpente, segno di morte terrore fallimento sofferenza, diventa segno di vita, allo stesso modo in cui la croce, segno di paura e di morte, diventa segno di Vita.
Il salmo 77 [78 nella Vulgata] con tutta probabilità risale al tempo della riforma di Giosia, che tentò di liberare la Samaria, operando la scissione dalla tribù di Giuda.
Il salmo da cui sono tratti i versetti della liturgia odierna, descrive la sofferta ricerca di Dio da parte dell'autore, la sua impotenza e le domande che lo tormentano.
Accorato il grido del richiamo di Dio che risuona nel salmo: Ascolta, popolo mio la mia legge.
Paolo nella lettera ai Filippesi riprende un inno antico che circolava tra i cristiani, il quale canta l’obbedienza di Gesù al Padre: non l’obbedienza forzata a una volontà superiore e non compresa, ma l’adesione interiore a tutto un programma di vita da non sprecare, da far divenire strumento di dono, cioè di amore.
Giovanni racconta il preannuncio della Pasqua e morte di Gesù attraverso le sue parole rivolte a Nicodemo (il notabile giudeo che si era recato da lui di notte, perché timoroso di subire l'ostracismo dei suoi pari). La quintessenza del discorso è nella distinzione tra Legge antica e Nuova: per raggiungere la pienezza della Vita non è sufficiente condurre una vita secondo la legge di Dio così come era intesa dai farisei, ma bisogna avere in sé la Vita, così come si realizza in Gesù.

4 Analisi di Gv 3,13-17

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
Nicodemo, il cui nome deriva da nike=vittoria e dêmos=popolo, significa vincitore del popolo. Giovanni lo usa per sottolineare la sua appartenenza al gruppo dei farisei che erano fanatici osservanti della Legge e perciò attendevano un Messia interprete ed osservante della Legge.
13 Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo.
La frase colui che è disceso dal cielo è parallela alla frase che troviamo nel Battesimo di Gesù, in cui l’evangelista afferma, per bocca del Battista, di aver visto discendere su Gesù lo Spirito come una colomba dal cielo. Il termine cielo ha un senso qualitativo: è l’ambito della azione di Dio; quindi discendere dal cielo equivale a ricevere la pienezza dello Spirito.
Figlio dell’uomo è locuzione che indica il prototipo di un’umanità nuova grazie alla pienezza dello Spirito, di cui Gesù è inondato.
14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo,
C’è qui il riferimento all’episodio della storia d’Israele (prima lettura), accostato alla morte di croce di Gesù: come il serpente di Mosè era un segno di vita che liberava dalla morte, così l’innalzamento del Figlio dell’uomo sarà un segno di quella Vita che libererà l’umanità dalla morte definitiva.
15 perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
- abbia: fin dalla prima volta in cui in questo vangelo appare il tema della vita eterna (cioè indistruttibile) è riferito, non alla realtà futura, (avrà), ma a quella presente; da qui il congiuntivo presente (abbia).
La funzione che i farisei attribuivano alla Legge quale fonte di vita, viene sostituita dalla persona di Gesù, Figlio dell’uomo, nel quale si manifesta l’amore del Padre.
16 Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio è amore che desidera manifestarsi e comunicarsi. Gesù incarna tale manifestazione e comunicazione, sicché chi aderisce a lui realizza la sua esistenza in una qualità di vita capace di superare la morte.
E’ da ricordare che nel cristianesimo primitivo era radicata la convinzione che in vita si era già nella condizione di risorti. Nel vangelo di Filippo (apocrifo gnostico molto interessante, scritto in lingua copta nella seconda metà del II secolo) si legge: “Chi dice prima si muore e poi si risorge erra. Se non si risuscita prima, mentre si è ancora in vita, morendo, non si risuscita più”.
17 Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Per la prima volta nel vangelo il verbo mandare (da apostéllō=invio) è adoperato in maniera teologica: Gesù è il nuovo liberatore che dà inizio al nuovo esodo.
La salvezza attraverso il Figlio di Dio, richiede la cooperazione umana, la quale è sostanziata, non di sforzi ascetici o di sacrifici, ma della costante pratica di un amore che assomigli a quello di Gesù (il quale a sua volta si modella sul Padre), cioè amore fedele, gratuito ed incondizionato.

5 Considerazioni

- La parola “croce” deriva probabilmente dal sanscrito krugga che significa bastone; i Greci la chiamarono stauròs, palo; gli Ebrei 'es, albero. Questi nomi indicano l'origine primitiva della croce come supplizio: un albero o un palo al quale i condannati venivano confitti con chiodi, o legati con funi, oppure impalati.
- Nell'Antico Testamento la croce era quasi sconosciuta; però i cadaveri dei giustiziati venivano appesi, ad accrescimento della loro ignominia.
- La croce risponde al bisogno atavico di congiungere la verticalità, intesa come elevazione del terreno al divino, con l’orizzontalità che è sguardo dilatato verso la terra: la congiunzione delle due dimensioni indica la realizzazione della pienezza, alla quale l’essere umano aspira.  
- Nella croce, sia quella monumentale che vuole esprimere il trionfo sulla morte, sia quella formato piccolo, divenuto oggetto ornamentale strumentalizzato da una moda consumistica, viene tradito il vero senso che solo la fede può darle.
- Il simbolo della croce dovrebbe farci volgere lo sguardo a tutti i crocifissi di sempre: i poveri, gli ammalati, i vecchi, gli sfruttati, le persone portatrici di handicap, i torturati senza pietà, i beffeggiati, i condannati al non-perdono per-sempre, tanti altri che vivono il dolore e l'emarginazione da società ingiuste.
- E’ da evitare il duplice pericolo di esaltare una croce triste che è inutile piagnistei e/o una croce trionfalistica, propria dei vincitori terreni. La vera croce è quella che simboleggia il mistero del dolore, il quale non può essere fine a se stesso, ma è efficace strumento di amore integrale.

5 Poesiola

il cielo alla terra si è unito? / anche noi siamo sottratti alla morte? // m’angustiano queste domande / solo nel cuore cerco risposte // fosse solo un istante la vita terrena / dello Spirito è dono d’amore // sul male e sul dolore prospera libertà / di dire quel sì a far nuovi // Cieli e terra


venerdì 5 settembre 2014

DOMENICA XXIII T.O. anno A

1) I TESTI della liturgia odierna

Ez33,1.7-9
Mi fu rivolta questa parola del Signore: O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia. 
Se io dico al malvagio: “Malvagio, tu morirai”, e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te. Ma se tu avverti il malvagio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte dalla sua condotta, egli morirà per la sua iniquità, ma tu ti sarai salvato.
Sal 94
Venite, cantiamo al Signore, / acclamiamo la roccia della nostra salvezza. /  Accostiamoci a lui per rendergli grazie, / a lui acclamiamo con canti di gioia. / Entrate: prostràti, adoriamo, / in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti. / È lui il nostro Dio / e noi il popolo del suo pascolo, / il gregge che egli conduce. / Se ascoltaste oggi la sua voce! / Non indurite il cuore come a Merìba, / come nel giorno di Massa nel deserto, / dove mi tentarono i vostri padri: / mi misero alla prova / pur avendo visto le mie opere.
Rm13,8-10
Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge. Infatti: Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai, e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: Amerai il tuo prossimo come te stesso. La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità.
Mt18,15-20
In quel tempo Gesù disse: 15 Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; 16 se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. 17 Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. 18 In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. 19 In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. 20 Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.

2) SGUARDO D’INSIEME SUI TESTI

= Il tema fondamentale della liturgia odierna verte sulla costruzione salda della ekklesia di fratelli e sulla necessità di impedire che al suo interno attecchiscano conflitti disgregatori. A tal fine Matteo fa pronunziare da Gesù un discorso comunitario, di cui abbiamo riscontro in altri testi biblici: Ezechiele, preceduto dal Levitico e seguito dalla Regola di Qumran. Si tratta della correzione fraterna [locuzione oggi poco usata e ancor meno sentita].
Ecco i passaggi indicati dall’evangelista per mantenere la pace dentro la comunità:
a) Bisogna fare di tutto per ammonire il fratello che pecca contro di te… (è da notare la personalizzazione), cioè quando il disordine non è ancora comunitario, e quindi è preferibile il dialogo personale.
b) Se questo non basta, è il caso di ripetere lo stesso gesto davanti a testimoni, cioè a persone garanti, in quanto a conoscenza del fatto; cioè quando il disordine circola tra alcuni membri della comunità.
c) Se anche questo tentativo non raggiunge l’obiettivo di far ascoltare l’ammonimento, non si può tenere all’oscuro della cosa la comunità nel suo insieme; la frattura non è più un caso privato e va affrontata seriamente, senza lasciarla incancrenire all’interno del gruppo. Matteo usa la frase:  [l’errante] sia per te come il pagano e il pubblicano. Ezechiele nel caso analogo si esprimeva così: egli morirà per la sua iniquità.
Sia  la frase del profeta sia quella dell’evangelista  possono dare luogo ad interpretazioni forzate equivoche. Si tratta davvero di rispetto per la libertà di ciascuno, anche quando si persiste nel male? o la frase è applicata a Dio, quasi vigesse anche per Lui la legge del taglione? In realtà l’iniquità di cui parla Ezechiele è un termine che spazia tra normatività e fedeltà comunitaria. Non si può con questa frase dimenticare quanto in tutta la Bibbia si parli di misericordia di Dio che non ha limiti (il limite è costituito dal rifiuto personale).
- La riflessione da fare più utile verte su questo fondamentale aspetto misericordioso di un Dio Padre proteso verso tutta l’umanità. Egli, attraverso Gesù e i suoi profeti si propone a tutti, ma non si impone ad alcuno.
= Anche Paolo, al sottoproletariato di cui è composta la comunità dei cristiani di Roma, annuncia un messaggio di salvezza e di misericordia. La vita all'interno della comunità romana non è certo facile (come non lo è all'interno delle altre chiese). Egli reagisce alle tensioni che l’attraversano, data la convivenza tra credenti di origine ebraica e credenti di origine pagana: due culture a confronto, due mondi diversi che si contrappongono con le loro pre-comprensioni. Ma egli, ormai saldamente ancorato al Cristo delle Beatitudini, non ha dubbi nel proclamare: La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità.
= Stupendo, accorato e pressante, nel salmo 94, il monito [da considerare rivolto a noi che leggiamo dopo tanti secoli]: Se ascoltaste oggi la sua voce! / Non indurite il cuore….

3) ANALISI DEL TESTO DI MATTEO

15 Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello;
16 se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni.
Gesù si richiama e amplia quanto prescritto nel libro del Levitico 19,17-18 per esporre il caso di un fratello che si è comportato male: il verbo, nel greco hamartánō, significa io pecco, ed è lo stesso che Gesù applica a se stesso in Gv 8,46 in forma interrogativa per negare una tale accusa.
Risalta la ripetizione della particella se ogni volta che si introduce una condizione.
I suggerimenti perché la comunità si comporti correttamente verso il fratello deviante sono tali da spingere chi è offeso a non rimanere chiuso in se stesso; ad imitare il pastore che va in cerca della pecora smarrita.
17 Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
Il conflitto tra i componenti deve essere portato a conoscenza di tutta la comunità soltanto dopo che siano stati esauriti tutti i tentativi di soluzione, da quello individuale a quello con i testimoni.
Il sia per te pone l’accento sull’individualità. Però la frase come il pagano e il pubblicano sottolinea che, quando l’altra parte resiste all’amore, la comunione tra i fratelli è rotta, e il colpevole va amato come si amano i nemici e si prega per i persecutori (Mt 5,44). Va ricordato che Gesù che non esclude né peccatori né pubblicani dal suo amore; infatti mangia con essi (Mt 9,10-11), per essere come il Padre che, come troviamo in Mt 5,45 fa sorgere il suo sole sui cattivi e suoi buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Questo insegnamento conferma quanto già espresso nelle parabole della zizzania e della rete.
18 In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
A Cesarea di Filippo, quando Simon Pietro aveva riconosciuto Gesù come il Cristo, il Figlio del Dio vivente, Gesù si era rivolto solo a Pietro; ora si rivolge a tutti i discepoli. L’espressione, presa dal linguaggio rabbinico, ha il significato di insegnare dichiarando vera o no una dottrina, ma in questo contesto, dove si parla di rapporti comunitari, ha il significato di concessione o meno del perdono: il fratello che non perdona lega (impedisce) l’amore e il perdono di Dio verso di lui. Colui che perdona scioglie (libera, rende possibile) tale amore e perdono.
19 In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà.
L’unità alla quale i componenti della comunità di Gesù sono chiamati non è quella di pensare tutti nello stesso modo, bensì di vivere tutti nella pratica dello stesso amore. Nel Talmud si afferma che: se due si riuniscono per studiare le parole della Torah, la Shekina (Gloria di Dio) è in mezzo a loro. Gesù si sostituisce alla Legge e la sua presenza manifesta la Gloria di Dio. Al centro del Padre Nostro c’era la richiesta di avere Gesù come pane di vita quotidiano  -Mt 6,11-. Al centro della comunità cristiana non c’è più la Legge, ma Gesù col suo insegnamento.
20 Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.
Va sottolineata la piccolezza del numero: la presenza di Gesù è assicurata da due o tre persone. Lo stesso non viene detto per le folle.
Se ne può dedurre la necessità di una comunità: la vera fede non è da cercare né nelle folle né nell’intimismo individuale. Gesù cammina con la sua comunità, rivelando la  presenza di Dio in mezzo ad essa. Come commenta Origene (grange teologo, vissuto a cavallo tra II e III secolo), appena si realizza la sinfonia tra i fratelli, ecco che si trova anche Lui presente in mezzo a loro.

4) UNA FRASE DA PAOLO PER LA NOSTRA VITA

Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole....





venerdì 29 agosto 2014

Domenica XXII T.O. anno A

I PASSI LITURGICI

Ger 20, 7-9
Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno; ognuno si beffa di me. Quando parlo, devo gridare, devo urlare: «Violenza! Oppressione!». Così la parola del Signore è diventata per me causa di vergogna e di scherno tutto il giorno. Mi dicevo: «Non penserò più a lui,non parlerò più nel suo nome!». Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo.

Salmo 62
O Dio, tu sei il mio Dio, / dall’aurora io ti cerco, / ha sete di te l’anima mia, / desidera te la mia carne
in terra arida, assetata, senz’acqua. / Così nel santuario ti ho contemplato, / guardando la tua potenza e la tua gloria. / Poiché il tuo amore vale più della vita, / le mie labbra canteranno la tua lode. / Così ti benedirò per tutta la vita: / nel tuo nome alzerò le mie mani. / Come saziato dai cibi migliori, / con labbra gioiose ti loderà la mia bocca. /  Quando penso a te che sei stato il mio aiuto, / esulto di gioia all’ombra delle tue ali. / A te si stringe l’anima mia: / la tua destra mi sostiene.


Rm 12, 1-2
Fratelli, vi esorto, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

Mt 16, 21-27
21 In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. 22 Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: ‘Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai’. 23 Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!. 24 Allora Gesù disse ai suoi discepoli: Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 25 Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. 26 Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? 27 Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni’

SGUARDO D’INSIEME su

a) Geremia
La tentazione di ritirarsi davanti alle difficoltà della missione non ha risparmiato il grande profeta Geremia. Si trova tra due fuochi: da una parte la chiamata obbligante del Signore e dall’altra la durezza del popolo che rifiuta la sua parola e lo schernisce perché il suo messaggio non è consolatorio. Non può fuggire da nessuna parte: né dal Signore né dal popolo.
Il suo sfogo con Dio assomiglia a quello di un innamorato che è deluso del proprio partner: Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre... Ma la Parola di Dio dentro di lui è come una lava incandescente che non riesce a contenere e lo sostiene nella fatica del suo ministero. Sicché, alla fine, confessa di non poter spegnere il ricordo della parola del Signore e tanto meno soffocarla, perché essa è un fuoco che brucia nella compagine del suo essere fisico e spirituale (le ossa).
Espressioni, le sue, di grande profondità che potrebbero essere proprie di chiunque ascolti la voce interiore a ‘fare del bene’, anche a coloro che gli fanno del male.
Il profeta, nella liturgia odierna, ha qualcosa che lo accomuna al Gesù descritto da Matteo. Il punto di contatto potrebbe consistere, non tanto nelle sofferenze legate ad una missione troppo impegnativa, ma nel fatto di doverle accettare come  necessarie [vedi analisi al v.21 del passo di Matteo]. Diverso, però, è il modo di reagire di Geremia e di Gesù di fronte alla necessità di obbedire alla Chiamata: a costringerli è, nel primo il fuoco della Parola, nel secondo la conformità al disegno di colui che chiama, sente e predica come Padre.

b) SALMO 62
Nel salmo, di grande intonazione mistica, c’è poco da commentare, perché l’elevazione spirituale ha dell’ineffabile, e il mistico, come il poeta degno di questo nome, si può esprimere in parole che perdono la loro bellezza se analizzate.
L'orante, pur attraversato dalla crisi del male suo e del mondo, conserva una grande pace; sa unire gioia e sofferenza perché non smarrisce il centro della sua esistenza, radicata in Dio. Usa sei designazioni simboliche e metaforiche per indicare il suo desiderio di percepire intimamente il Signore: 1) all'aurora ti cerco; 2) di te ha sete…"; 3) a te anela…; 4) come terra deserta, arida, senz'acqua; 5) ti ho cercato; 6) per contemplare.
Al termine della supplica e dell'azione di grazie, l’orante esprime la riconoscenza per ciò che il Signore fa per lui: tu sei stato il mio aiuto; sotto le tue ali; la forza della tua destra mi sostiene.
Giovanni XXIII, come tanti altri mistici, riproduce nel suo orientamento di vita lo stesso schema: dolore intenso e desiderio ardente di infinito, di Dio. Questo papa affermava che la vita di ciascuno è indirizzata verso il bene o il male a seconda di come si reagisce alla sofferenza; si tratta solo di saper scegliere.

c) PAOLO
Per trasformare il culto a Dio in sacrificio gradito a Dio bisogna non conformarsi a questo mondo. Conformarsi a Dio significa assumere la forma, lasciarsi plasmare da Dio, rinunziando allo spreco delle energie fondate sulla concupiscenza della carne, cioè gli appagamenti terreni, ed esponendosi al tocco divino nelle facoltà più alte.

d) Matteo
Nel passo di oggi Matteo presenta un Gesù che vuol mettere chiarezza sulla sua identità perché, nell’affidare il suo messaggio ai seguaci, sente il bisogno di far capire bene quale è la quintessenza del compito che gli  è stato affidato dal Padre. Egli, auto-proclamandosi ormai come Cristo, è giunto al punto di voler perpetuare, attraverso di loro, la missione di risvegliare la consapevolezza e la fiducia umana nell’attuazione del disegno creativo di Dio, mai annullato a causa del peccato.
La definizione dell’identità di Gesù non può tracciarsi attraverso il concetto di un messianismo regale, trionfatore, potente e muscolare, in grado di restaurare il regno di Israele anche con la violenza. La sua vera identità di Messia è quella del Servo Sofferente di YHWH di cui parla Isaia.
Su questa base dovrà fondarsi la futura chiesa.
Pietro, Cefa, la roccia, colui al quale Gesù ha affidato un compito basilare nella chiesa, se non entra in quest’ottica, può divenire scandalo, cioè pietra di inciampo nel cammino di fede.

ANALISI TESTUALE DEL PASSO EVANGELICO

21 In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
In quel tempo -letteralmente allora-, Gesù (autorevoli codici, Sinaitico e Vaticano, hanno Iesûs Christós: Gesù Messia), cominciò a spiegare, cioè a dire chiaramente, il rapporto che esiste tra la Scrittura e quanto stava per accadergli; infatti doveva [lett. era necessario], andare a Gerusalemme e soffrire: la scelta di questo verbo che non ha equivalente nell’aramaico è intenzionale; venne adottato nel cristianesimo primitivo per indicare la morte di Gesù, a causa della sua somiglianza tra la parola greca pascha (Pasqua) e il verbo paschein.
Poiché aveva violato la Legge e la tradizione, Egli è destinato alla morte da parte di tutte le classi del sinedrio: gli anziani, custodi della tradizione; i capi dei sacerdoti, custodi del tempio e del sacrificio; gli scribi, custodi della Legge. Ma doveva anche risorgere: il piano divino non riguarda soltanto la sua sconfitta umiliante, bensì anche la suprema glorificazione. (Quest'ultima parte dell'annuncio rimane oscura per i discepoli, dal momento che non la prendono in considerazione, shoccati come sono dall'annuncio della passione e morte del loro Maestro).
22 Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: ‘Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai’.
Come in precedenza Pietro è stato l’unico a prendere la parola e a rispondere alla domanda che Gesù aveva rivolto a tutti i discepoli (v. 16), altrettanto ora è l’unico a reagire alle parole di lui. E’ da notare che è la prima volta in cui Matteo, nel suo vangelo, chiama Simone col nome di Pietro, come continuerà a chiamarlo quando egli farà qualcosa contraria al volere del Maestro.
Pietro reagisce perché turbato: non può accettare, anche in virtù del suo amore per Cristo, la sorte che gli sarebbe toccata, e tanto meno può condividerla. E’ vero, lui aveva riconosciuto in Gesù il Figlio del Dio vivificante, ma non riesce a comprendere che, per trasmettere la vera Vita, egli avrebbe dovuto subire la condanna ad una morte ignominiosa.
23 Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!.
La contro-reazione di Gesù è quanto mai forte.
Probabilmente la frase di Gesù, Va’ dietro a me, va intesa come richiamo perché Pietro si metta di nuovo nella sua posizione di discepolo, senza la pretesa di precedere il Maestro insegnandogli la strada. Egli lo invita ad ‘andare dietro’, cioè a seguirlo, accettando umilmente di condividere la sua sorte.
Il contrasto con la scena precedente, in cui Gesù aveva proclamato beato l'Apostolo rivelandogli la sua missione nel piano di Dio, non può essere più netto e più crudo: Gesù lo chiama addirittura Satana. Il termine, di matrice ebraica, significa avversario, accusatore. Pietro ora non è più l’apostolo delegato a rappresentare Cristo nella storia, ma quasi il suo antagonista, il nemico che nel deserto aveva cercato di persuaderlo a imboccare la via del potere e del successo, boicottando il disegno del Padre. (E’ da notare che l’evangelista adopera lo stesso verbo pronunziato da Gesù per cacciare i demoni e gli elementi ostili all’essere umano).
La parola greca scandalo indica una pietra di inciampo. La frase -non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!- significa: non permetterti di prevaricarmi o di insinuarmi suggerimenti impropri sotto parvenza di bene.
24 Allora Gesù disse ai suoi discepoli: Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.
Rivolgendosi ai discepoli, l’evangelista fa comprendere che quanto espresso da Pietro è condiviso dal resto del gruppo. Gesù li richiama alla fedeltà alla prima e ultima beatitudine, le quali parlano della via per essere introdotti al Regno (Mt 5,3.10).
La frase Se qualcuno vuol venire dietro a me...etc. è di un radicalismo inaudito; l’abbiamo già ascoltata da Gesù nel "discorso missionario" (Mt 10, 37-39). Ma rinnegare se stessi non significa annientare la propria persona o personalità, bensì, come preciserà il versetto successivo, arricchirla e potenziarla, portandola al suo massimo sviluppo attraverso il dono di sé.
È la seconda volta che Gesù parla di croce ai suoi discepoli. Questa non viene data dal Signore, ma presa dal discepolo come accettazione del disonore (la croce era patibolo infamante) che comporta il seguire Gesù. (Si realizza in tal modo il programma di vita che Paolo ci offre nella II lettura (Rm 12, 1-2): Vi esorto, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio...).
25 Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi fa della propria esistenza un dono agli altri non solo non perde la sua vita ma la realizza in pienezza perché la dà per amore. Ciò può avvenire una sola volta con la morte fisica, ma può realizzarsi goccia a goccia in ogni gesto consumato nella quotidianità, motivato da solido amore e compiuto con amore, anziché espressione di spontanea e momentanea generosità.
26 Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Le parole guadagnare e perdere sono un richiamo alla prima beatitudine (Mt 5,3): porre la sicurezza della propria esistenza nell’accumulo dei beni significa limitarla fino a rovinarla; al contrario la condivisione generosa di quanto si è e si ha libera dai propri limiti e conduce alla pienezza del proprio essere.
27 Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni’.
Gesù dichiara che al disonore ricevuto da parte del sinedrio, corrisponde il massimo onore (gloria) da parte di Dio. Citando Proverbi 24,12, Gesù afferma che l’uomo è valutato per la vita che ha praticato e non per le idee religiose professate.

CONSIDERAZIONI

Dalai Lama insegna: Giudica il tuo successo da ciò a cui devi rinunciare per poterlo ottenere. Gesù ha proclamato questa preziosa certezza come reale pedagogia divina. Egli, infatti, senza l’auto-consegna  alla crocifissione non avrebbe potuto portare a compimento il più grande progetto di amore e di salvezza che il Padre ha impostato su di lui.
Per un forte ideale ci si può uccidere, come fa il kamikaze. Ma un tale sacificio della propria vita è portatore di morte agli altri; invece il dono della vita per amore degli altri è portatore di vita.
Anche nelle piccole cose, certi gesti di dono possono essere fatti in maniera distruttiva o costruttiva: ciò che fa la differenza è il compierli per una (pur sottesa) gratificazione personale e il compierli mettendo in primo piano il bisogno degli altri.
Il dolore può essere inutile o utile. La differenza la fa sempre l’Amore che o ha l’impronta divina o non è amore.
Mi piace concludere con le ultime righe del più bel libro, postumo, di Oscar Wilde, “De Profundis”. Dice così all’amico: Venisti a me per imparare il Piacere della Vita e il Piacere dell’Arte. Forse sono stato scelto per insegnarti qualcosa di più splendido: il significato del Dolore, e la sua bellezza.   








sabato 23 agosto 2014

Domenica XXI T:O.anno A

DOMENICA XXI T.O Anno A
Is 22,19-23
Così dice il Signore a Sebna, maggiordomo del palazzo: Ti toglierò la carica, ti rovescerò dal tuo posto. In quel giorno avverrà che io chiamerò il mio servo Eliakìm, figlio di Chelkìa; lo rivestirò con la tua tunica, lo cingerò della tua cintura e metterò il tuo potere nelle sue mani. Sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme e per il casato di Giuda. Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire. Lo conficcherò come un piolo in luogo solido e sarà un trono di gloria per la casa di suo padre.
Sal 137
Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare,
mi prostro verso il tuo tempio santo.

Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:
hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza. 

Perché eccelso è il Signore, ma guarda verso l’umile;
il superbo invece lo riconosce da lontano.
Signore, il tuo amore è per sempre:
non abbandonare l’opera delle tue mani.

Rm11,33-36
O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti, chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo tanto da riceverne il contraccambio? Poiché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli.
Mt 16,13-20
13 Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?. 14 Risposero: “Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. 15 Disse loro: Ma voi, chi dite che io sia?. 16 Rispose Simon Pietro: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. 17 E Gesù gli disse: Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. 18 E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. 19 A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli. 20 Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

1. PUNTUALIZZAZIONI SUI PASSI DELLA LITURGIA ODIERNA

Prima lettura - Isaia, profeta dell’VIII secolo a.C., parla di un oscuro avvicendamento al potere nel regno di Giuda: Dio rimuove il sovrintendente del palazzo, Sebnà, e pone al suo posto Eliakìm, chiamandolo mio servo e dandogli la chiave della casa di Davide, in quanto destinata ad un grande futuro. Questa chiave che apre e chiude è simbolo  della vigilanza su tutto ciò che è pertinente alla vita del palazzo.
Risulta evidente che Matteo abbia modellato le parole messe in bocca a Gesù su quelle di Isaia.

Salmo 137 - L’autore scioglie un inno di ringraziamento a YHWH, l’unico Dio, da distinguere dagli altri Elohim o divinità inferiori che, secondo l’immaginario dell’Antico Oriente, facevano parte della corte celeste (alcuni traduttori li chiamano angeli). Il tema dell’unicità di Dio da salvaguardare nel popolo eletto nell’AT risulta in consonanza con l’unità da realizzare nella comunità ecclesiale; l’iniziativa di questo affidamento e scelta parte da Dio.
L’autore del salmo elenca i motivi della riconoscenza al Signore (termine equivalente a YHWH), che mantiene la Promessa, definita più grande del tuo nome per esprimere l’illimitatezza della sua fedeltà [ma sarebbe meglio tradurre: in forza del tuo nome].
Alla fine mette in rilievo un’altra grande dote  del Signore, celebrata nella Bibbia costantemente: la sua predilezione verso i più bisognosi di aiuto.

Seconda lettura - Paolo pronunzia una esclamazione sulla profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio. Parla implicitamente di una chiave -dal forte richiamo profetico-, necessaria per avere l’accesso al mistero di Dio, luogo ideale dove si possono ammirare  magnificenze, ma non si possono penetrare i segreti di Dio.

Mt 16,13-20 – Succinta analisi del testo

13 Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?.
Matteo ambienta la sua narrazione in un ambiente localizzato alle pendici del monte Hermon, alle sorgenti del Giordano, nella regione di Cesarea, la quale prende il nome dalla città che Filippo aveva ereditato dal padre, Erode il grande. (All’epoca di Gesù la zona era un gran cantiere per la ricostruzione della città).
Per far conoscere la sua identità ai discepoli, Gesù li conduce in terra pagana (straniera), lontano dall’influsso di farisei e sadducei (come è detto nei versetti precedenti che oggi non leggiamo): è significativo questo suo desiderio di essere riconosciuto come Messia proprio là dove vigevano culti pagani.
Il termine Figlio dell'uomo è molto usato da Gesù per designare se stesso come Messia.
Alcuni esegeti notano che nella domanda -La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?- l’evangelista intende sottolineare il contrasto tra gli uomini e il Figlio dell’Uomo, cioè tra coloro che non rappresentano ancora pienezza di umanità e colui che invece la rappresenta (Gesù). Altri esegeti si fermano a considerare che l’espressione -il Figlio dell’uomo- nell’AT era riferita al Messia in quanto portatore dell’imperituro Regno di Dio sulla terra. Così sentenziava Daniele: I tanti re di questo mondo, finiscono, passano, come la loro forza; si rivelano ignobili, caduchi, volgari, pieni di ossessioni. Il suo regno non finisce.
14 Risposero: “Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”.
Le risposte sono rassicuranti, semplici, in continuità con le attese di Israele: Gesù è un profeta, si tratta solo di stabilire quale.
Gesù aveva in precedenza inviato i suoi discepoli a predicare (Mt 10,7), ma frutto della loro predicazione era stata la confusione totale nel disegnare la figura di Gesù, pur restando in linea con la tradizione profetica: per qualcuno è Giovanni il Battista, poiché si credeva che i martiri sarebbero subito risorti -Mt 14,2-; per altri è Elia, il profeta del quale era preannunciato l’arrivo quale battistrada del Messia -Mal 3,23-, per altri Geremia in base ad una tradizione popolare che riteneva il profeta sopravvissuto alla lapidazione in quanto trasformato da Dio in pietra.
Nessuna di queste risposte è appropriata; pertanto Gesù si rivolge ai suoi discepoli per sapere la loro opinione.
Tutto ricorda da vicino la riflessione di Erode in Mt 14,2
15 Disse loro: Ma voi, chi dite che io sia?.
La domanda di Gesù non attende una formulazione della sua identità, ma interpella sulla qualità del rapporto che il credente intrattiene con Lui.
E’ da notare che la richiesta è rivolta a tutti i discepoli; ma da essi non viene fuori una risposta.
16 Rispose Simon Pietro: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente.
Simon Pietro, sempre immediato, ha il coraggio di rispondere. E’ la prima volta che, definendo Gesù come Messia, egli aggiunge un aggettivo che si riferisce al Padre come  vivente contro le false interpretazioni riguardo al Messia, specialmente quelle di stampo politico. Nel significato dell’appellativo è sottesa  la comunicazione profonda tra il Padre e il Figlio.
17 E Gesù gli disse: Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli.
Figlio di Giona è praticamente il cognome con cui Pietro veniva meglio identificato. Questo profeta era stato l’unico ad aver fatto, inizialmente, esattamente il contrario di quello che il Signore gli aveva richiesto: invitato ad andare a predicare la conversione alla città pagana di Ninive, Giona si era imbarcato su una nave che andava in direzione opposta (Giona 1,1-3). Ma l’errore non aveva impedito a Dio di far trionfare su di lui il Suo disegno. Anche la scelta di Pietro nelle sue imperfezioni serve a mettere in risalto che l’azione divina è prevalente.
L’espressione carne e sangue rinvia all’umano sia nella sua debolezza e fragilità, sia nelle componenti più elevate: intelligenza, intuizione, sapienza, creatività.
18 E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa.
Benché molti siano i punti del NT in cui si parla di Pietro, il dibattito esegetico si riduce spesso alla discussione sul significato e la traduzione di questo versetto: si parla della durezza o resistenza di Pietro ad una chiamata tanto alta? o della solidità della base che Pietro dovrà essere per l’edificio della chiesa?
Un’altra questione è di minore importanza: nel testo greco Simone viene chiamato pitros, e nella seconda parte del versetto, con un gioco di parole, petra: si tratta probabilmente di un artefatto realizzato nella traduzione dall’aramaico, nel quale il termine al femminile è la traslitterazione dell’alfabeto latino, Cefa. Interessante è notare che la traduzione francese del vangelo di Matteo non ha questo problema della lingua italiana, dato che la frase risulta così: Tu es Pierre, et sur cette pierre je bâtirai mon Eglise.
L’espressione potenze degli inferi è una figura che indica il regno della morte, localizzato nelle caverne sotterranee della terra: Gesù assicura che il regno del Dio vivificante è più forte di quello della morte e che la vita trionferà, sconfiggendo definitivamente la morte, realizzando in tal modo le promesse profetiche.
19 A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli.
L’immagine della consegna delle chiavi era nota in Oriente: chi deteneva le chiavi del palazzo o della città, era il responsabile della sicurezza di quanti stavano dentro.
La consegna che Gesù fa a Pietro non si riferisce tanto ad una realtà futura, quanto ad un’attività da compiere su questa terra e per questa terra.
Una interpretazione è sicura: Gesù, consegnando simbolicamente le chiavi a Pietro, lo incarica di insegnare ed interpretare la Legge: legare e sciogliere erano espressioni del linguaggio rabbinico, col significato di avere l’incarico di dichiarare la verità o la falsità di una dottrina. Infatti Gesù trasferisce al discepolo quello che era stato finora l’incarico degli scribi, come risulta bene in Luca11, 52, nel suo “Guai! ([a traduzione letteraria sarebbe Ahi!]: a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza! Voi non siete entrati e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito.
20 Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
Una volta definita l’identità di Gesù, ci si aspetterebbe che il Signore avesse inviato i discepoli a proclamarla; ma non è così. Gesù proibisce ai discepoli di divulgare l’affermazione di Simon Pietro: la realtà di Gesù sfugge ad ogni definizione, perché egli è, sì, il Messia, ma non è Messia nel modo in cui finora si era inteso.

2. QUALCHE CONSIDERAZIONE

Il testo del vangelo odierno è stato molto studiato e commentato. Si tratta di uno dei più insicuri e meno attendibili dal punto di vista della critica testuale, ma è certo che da esso si sono tratte importanti conseguenze nella storia della Chiesa cattolica.
Seguendo il racconto di Matteo, Gesù ha fatto una domanda ai Dodici sul suo messianismo, e perciò la risposta di Pietro è stata interpretata come quella del loro portavoce. Secondo parecchi esegeti, da ciò si dovrebbe trarre una conseguenza di non poco conto: la compartecipazione dei successori degli apostoli [i quali negli sviluppi successivi della chiesa sarebbero diventati vescovi] nel governo della chiesa, la quale avrebbe diffuso nel mondo il messaggio di Gesù. Pietro avrebbe avuto la funzione di salvaguardare l’unità tra i Dodici e nella comunità ecclesiale (= assembleare) del popolo degli aderenti alla fede in Dio attraverso Cristo. Oggi, per indicare che il governo della Chiesa è affidato al papa assieme ai vescovi, si parla di collegialità episcopale. Senza dimenticare che il governo di cui si parla, altro non è che servizio, spogliato di quella patina di ipocrisia, che nel mondo laico si traduce in potere nel senso peggiore del termine.
Ciò che si respira attraverso le letture bibliche di oggi è il riferimento a
a) un Dio Padre di tutti, quindi fonte di Unità;
b) alla Chiesa cattolica, il cui stesso nome significa universale: ad essa spetta il compito di farsi carico del messaggio di quell’Unità, che già nell’AT era il principale oggetto dell’ispirazione profetica; basti ricordare Isaia, il quale mette in bocca allo stesso Dio queste espressioni: l’egiziano mio popolo, l’assiro, opera delle mie mani e Israele mia eredità.
Senza l’unità della chiesa, prolificano gruppi che raccolgono persone attorno a singoli ideali religiosi, spesso ideologizzati, e perciò fanatizzanti. Nel consegue la separazione tra popoli e tra varie fedi. [Il mio pensiero va alle aggregazioni comunitarie che corrodono il principio di unità, come nell’islamismo attuale, come in Ruanda dove Hutu e Tutsi si uccidono a vicenda con ferocia nel nome dell’unico Dio; senza dimenticare le Crociate, o le divisioni tra cristiani o  il campanilismo di tanti gruppi ugualmente cattolici…].

3. LA PAROLA DI DIO NELLA NOSTRA ESISTENZA

La cosa più essenziale nell’ascolto di questa pericope evangelica consiste nel lasciarsi abitare e lavorare dalla domanda di Gesù ai discepoli: Ma voi, chi dite che io sia?.
E si potrebbero associare altre domande, rivolte ad ogni persona nell’intimo del cuore: cosa fai tu di fronte alle sofferenze talvolta atroci di tante persone? che cosa fai tu per seguire le orme di Gesù, il quale non elargì mai risposte teoriche, ma visse il dolore e il male del mondo?
Non è il caso di moltiplicare le parole.
Più che arzigogolare con ragionamenti, associamoci
a) al salmista che innalza un inno di adorazione del mistero, di lode riconoscente a Dio che risponde a chi lo invoca e accresce la nostra forza, di abbandono all’opera delle sue mani;
c) a Paolo che ribadisce gli stessi contenuti, stando in attesa, non del contraccambio, ma della grazia divina che rafforzi la capacità di elevarci aldilà dei grandi e piccoli crucci personali;

c) a Matteo che non dimentica di far esprimere a Gesù un monito: non disperdere il dono della fede, facendolo divenire fideismo e/o oggetto di cronaca, di fascino per il sensazionale...