domenica 9 giugno 2019

Pentecoste 2019


PENTECOSTE
Gv  14; 23-26

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
23 Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre.
24 Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.
25 Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che vi ho detto non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
26 Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.

La festa di Pentecoste
- In greco il termine pentēkostḗ (hēméra)  significa cinquantesimo giorno. Infatti nel mondo ebraico la festa di Pentecoste si celebrava il cinquantesimo giorno dopo la pasqua.
Era anche chiamato festa delle Settimane perché la sua ricorrenza cadeva sette settimane dopo la festa degli Azzimi [azzimo era il pane non lievitato, che portarono con sé gli ebrei nella fuga frettolosa dall’Egitto]. Da allora ogni anno gli ebrei festeggiano la ricorrenza, ringraziando il Signore per il raccolto del frumento.
- Solo in seguito la festa venne collegata al ricordo dell’Alleanza del Sinai e divenne festa memoriale della storia della salvezza di Israele. Secondo il rituale ebraico, la festa comportava il pellegrinaggio a Gerusalemme e l’astensione totale da qualsiasi lavoro.

Gli evangelisti e la Pentecoste
- Matteo e Marco non parlano esplicitamente della Pentecoste, ma ne accennano in modo indiretto; in particolare Marco parla dello Spirito nel cap.13 al versetto v.11, dove Gesù avrebbe dichiarato: E quando vi condurranno via per consegnarvi, non preoccupatevi di ciò che dovrete dire, ma dite ciò che in quell’ora vi sarà dato: perché non sarete voi a parlare, ma lo Spirito Santo.
Lo stesso Marco pone al centro del suo vangelo la trasfigurazione, che sostituisce i racconti della risurrezione. Egli focalizza un concetto: seguire Gesù significa lasciarsi trasformare da Lui, come chi, incontrando il fuoco, si infiamma senza bruciarsi.
- Giovanni allude alla Pentecoste attraverso il ricordo del giorno in cui Maria di Magdala incontrò per prima il Risorto. L’evangelista aveva già ritratto Gesù nel momento della morte con una frase incisiva: Chinato il capo, consegnò lo spirito, aggiungendo che, subito dopo, fuoriuscì dal costato aperto sangue e acqua, anch’essi segni dello Spirito.
- E’ Luca a parlare specificamente della Pentecoste negli Atti degli Apostoli.
- Ma la differenza tra gli evangelisti nella narrazione ha poca importanza. Centrale, invece, è la comprensione del significato profondo dell’essere e dell’agire dello Spirito: Gesù, morendo e risorgendo (nello stesso momento), non solo rivela il suo vincolo di amore col Padre, ma anche lo offre in dono a chi lo segue.

Chi è lo Spirito Santo
- L’Antico Testamento, non contiene una vera e propria indicazione sullo Spirito Santo quale persona divina; piuttosto parla di lui come forza divina che produce la vita naturale cosmica, e soprannaturale in quanto è elargitore dei doni profetici e degli altri carismi.
Pian piano si farà strada la concezione di Spirito-Persona, specialmente nel Vangelo di Giovanni (nei capitoli 14-16), dove Gesù afferma di pregare il Padre perché mandi il Paraclito a sostenere nella fede i suoi discepoli e ad ammaestrarli nella verità.
- Il termine greco Paraclito risale al linguaggio giuridico. Letteralmente significa chiamato vicino, ed ha l'equivalente latino in ad-vocatus, da intendere come difensore o soccorritore, per estensione consolatore.
Nella Bibbia ebraica ritroviamo la categoria del paraclito nel libro di Giobbe, invocato da Giobbe perché lo difendesse dallo stesso Elohim.
Un pensiero del monaco Benedetto Calati (ormai morto) su: lo Spirito Santo e la chiesa:
“Occorre recuperare il senso della ministerialità, del servizio. La gerarchia, in quanto composta da servi servorum Dei, non può avere altra teologia se non quella basata sull'insegnamento di Gregorio Magno e di tutta la teologia dei Padri. Una teologia non manualistica, sulla quale la chiesa gerarchica ha fatto il brutto e il bel tempo. Una teologia che miri al recupero della conciliarità o sinodalità, con potere, non solo consultivo, ma deliberativo.
Sul sinodo Paolo VI espresse un pensiero geniale, ma il sinodo è stato di fatto annullato proprio perché non ha forza operativa: è sempre e soltanto il papa a decidere. Invece, dare forza deliberativa al sinodo dei vescovi già sarebbe una speranza, perché com'è adesso non conclude nulla. E’ tempo di aprire le porte del sinodo anche ai laici, uomini e donne, al popolo cristiano, con discrezione e secondo le leggi della carità. Ma la carità deve essere incarnata nella storia, sul modello di Cristo Gesù. Non è da dimenticare che il Risorto dà lo Spirito Santo a tutti gli uomini, non soltanto alla chiesa….
Essenziale è, poi, favorire attivamente il dialogo ecumenico, con le chiese sorelle e con le altre religioni. Questo è il secondo grande momento che favorisce la speranza. Il padre Jacques Dupuis, che ha scritto cose bellissime sulla teologia del dialogo ecumenico, indica orizzonti minimi che noi non riusciamo a mettere in pratica, e manca poco che non vengano condannate le sue opere. Ma che ecumenismo è mai questo!”

Poveramente la mia poesiola


anche in te inerte pietra
si sprofonda il cuore del mondo
ruvida levigata lucente incolore
t’attraversano strati di anni cicli vicende

ti lasci baciare dai raggi del sole,
ti lasci bagnare infangare scartare
silente attorno non guardi ma ascolti
né ti turbi se a tuoi siti ti strappano

ad Artefice divino od umano affidata
il senso non chiedi di tua apparenza
forse soffrendo al gioco ti presti che
bella-brutta utile-nociva ti rende

se poi in polvere torni, sogni
d’esser ricreata dalle mani di Dio
pronta chissà a fornir la materia
a nuovi ciel e terra nuova


sabato 25 maggio 2019

SESTA DOMENICA di PASQUA



SESTA DOMENICA di PASQUA


1) il vangelo

Gv 14,23-29
In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]:
23 Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.
24 Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
25 Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
26 Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.
27 Avete udito che vi ho detto: ‘Vado e tornerò da voi’.
28 Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me.
29 Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate.

1) PREMESSA PERSONALE al commento

E’ proprio il caso di premettere che in questi tempi difficili sotto diversi aspetti e nei più disparati campi, è difficile per me commentare questa pericope del IV vangelo, di cui non è autore diretto Giovanni (ma i rimaneggiamenti del testo presupponevano che lui fosse stato il testimone principale di quanto viene narrato).
- La chiesa cattolica ha definito lo Spirito santo Terza Persona della Trinità. Ma i testi biblici del cristianesimo hanno subito non pochi travagli dal punto di vista esegetico-critico, morale e spirituale.
- Talvolta, nello stendere i miei commenti, immagino quanto debbano essere distratti i miei lettori dall’approfondire la Parola dal momento che sono abituati all’ascolto ingenuo, letterali stico, della Parola. Ne consegue che la fede dei più ondeggi tra luoghi comuni, devozionalismo; atteggiamento ipercritico disincarnato, spiritualistico eccetera. E ciò nel disorientamento delle coscienze maggiormente vigili.
- Come parlare allora di Spirito santo, di Paraclito, di Terza Persona della Trinità? e poi a che pro?
Ecco perché mi limiterò a) a fare un commento breve soltanto circa i primi tre versetti della pericope, e b) mi affiderò a Teresa d’Avila, dottore della chiesa, perché sia lei a suggerirci come pregare il buon Dio per poter entrare nel mistero, non secondo le definizioni ufficiali, ma nel confronto con la realtà concreta, politica, economica, vissuta e soprattutto succube della dominante cultura materialistica, incapace di ritrovare l’orientamento fondato sui perenni valori umani.

2) I PRIMI TRE VERSETTI

23 Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.
Siamo di fronte alla parte finale del discorso di addio, che Gesù avrebbe rivolto ai suoi discepoli durante l’ultima cena.
In realtà il discorso non è più diretto ai discepoli presenti nel cenacolo, ma ai seguaci di tutti i tempi; Gesù infatti non usa più il voi, ma parla in modo impersonale: Se uno mi ama. Cioè chiunque, se vuole, può entrare in comunione con Lui.
Inoltre si afferma che c'è relazione d'amore tra Figlio e Padre. Quest’ultimo entra in dialogo d'amore anche con il discepolo che diviene una cosa sola con il Figlio.
La venuta del Padre e del Figlio è definita dimora, termine denso di significati. Già il re Salomone, durante la cerimonia di consacrazione del tempio, si chiedeva come fosse possibile che Dio, grande e infinito, potesse ridursi a dimorare in una casa fatta da mani umane (1 Re 8,27).
24 Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Sempre nel vangelo secondo Giovanni, al v. 21, Giuda Taddeo aveva chiesto a Gesù: come è accaduto che tu devi manifestarti a noi e non al mondo? Gesù avrebbe risposto  soltanto allora a questa domanda: il termine mondo sarebbe sinonimo di coloro che, rifiutando la Parola dell'Inviato, rifiutano quella dello stesso Padre, e dunque si escludono da ogni comunicazione ulteriore. La comunità dei discepoli e il mondo si distinguono soltanto per la presenza o l'assenza dell'amore, cioè della comunione di vita con il Padre e il Figlio.
25 Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
Il nome Paraclito in origine era usato nel linguaggio giuridico e significava letteralmente chiamato-vicino; l'equivalente latino è ad-vocatus, cioè avvocato, inteso come difensore o soccorritore, per estensione consolatore. Il contesto in cui si usa questo termine nei testi profani è quello del processo, e indica colui che sta a lato dell'accusato per difenderlo.
In ebraico la parola Spirito è ruah, nome di genere femminile che significa soffio, aria, vento, respiro...; esprime la Potenza divina, della quale sono compenetrati i profeti, ma che è disponibile ad agire in tutti.
Il concetto di tale Potenza non ha avuto tuttavia uno sviluppo particolare nell'Ebraismo, come invece lo ha avuto il Cristianesimo.

3) TERESA D’AVILA e la penetrazione nel mistero tramite la preghiera. Lasciamo a lei la parola, accompagnata da brevi commenti

Pregare è un bisogno intimo dell’uomo, perché Dio ci ha creato per farci entrare in comunione con Lui.
La preghiera è uno strumento di amicizia, forse il più alto, il più misterioso, il più sublime.
L’orazione non è un soliloquio, ma un essere soli con Lui solo.
Ogni preghiera è ispirata da Dio e ci dà la certezza di essere amati da Lui.
Non desidero altro che staccarmi da tutto ciò che non è Lui, che mi distrae da Lui. Si tratta di un’attitudine interiore.
Il raccoglimento nella preghiera è un trattare con Lui come con un padre o un fratello, come con uno sposo; una volta in un modo e una volta in un altro.
Sono caduta tante volte: fu soltanto per non essermi appoggiata alla forte colonna dell’orazione.
- Teresa usa spesso il verbo guardare: invita a guardare Gesù e a lasciarsi guardare da Lui. Lo sguardo reciproco esprime proprio l’intimità. Addirittura lei parla di innamoramento.
Chi comincia (l’orazione) deve far conto di tramutare in giardino di delizie per il Signore un terreno molto ingrato, nel quale non germogliano che erbe cattive.
Sradicare le erbe cattive e piantarne di buone è lavoro di Dio che supponiamo già fatto fin da quando l’anima si determina per l’orazione e comincia a praticarla. Ora a noi, come a buoni ai giardinieri, incombe l’obbligo di procurare, con l’aiuto di Dio, che quelle piante crescano: perciò innaffiarle affinché non inaridiscano, e cercare che producano fiori di deliziosa fragranza per ricreare il Signore. Allora Egli verrà spesso a riconfortarsi e trovare le sue delizie fra quei fiori di virtù (…)

4) La poesiola personale

ribelle al destino di giorni
incolori intrecciati a vuoti rituali
nelle feste trovavo rifugio
sollievo pace e gioia

la festa  è sosta agli affanni
novità contro apatie
comunione di affetti incanto
da ogni affanno distanza

vorrei chiamarla
dono dello Spirito
ma ormai il mistero

bussa alla porta del cuore
sussurrando pienezza d’amore
da-dare da-dare da-dare

sabato 18 maggio 2019

QUINTA DOMENICA di PASQUA

7QUINTA DOMENICA di PASQUA

1) il vangelo

Gv13,31-35

31 Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse:
Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. 32 Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. 
33 Figlioli, ancora per poco sono con voi;
34 Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
35 Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri.

2) il commento

- Il testo si pone in uno sfondo universale e perciò tale che non riguarda soltanto i seguaci di Gesù.
Il tema centrale affrontato è il comandamento dell’amore, riguardante il modo nuovo di amare Dio e il prossimo; ma, in quanto messo in bocca a Gesù, pare una sorta di testamento spirituale e morale che Gesù avrebbe affidato ai suoi.
Alcuni obiettano: ma l'amore può essere un comandamento? non è piuttosto uno slancio spontaneo del cuore?
Tertulliano (II-III sec.), il più geniale e poliedrico scrittore della letteratura cristiana del tempo, scriveva nell’Apologeticum che i non-cristiani esclamavano stupiti: Guardate come si amano fra loro e come sono disposti a morire per amore degli altri.
- BREVE ESEGESI DEL TERMINE AMORE
a) Il greco conosceva almeno tre verbi (assieme ai relativi sostantivi) per esprimere l’amore: Il verbo eràō e il sostantivo éros indicano l’amore-desiderio, che spesso sfocia nella sensazione di possesso (anzitutto tra uomo e donna).
Poiché l’ebbrezza dei sensi non conosce forma né misura, già i tragici greci conoscevano l’aspetto demoniaco dell’eros, che può far smarrire ragione, volontà e senno.
Progressivamente si affermarono altri aspetti dell’amore di carattere morale e/o spirituale: amore artistico (amore del bello), filosofico (amore del vero), religioso (amore per gli dei, o per la vita eterna. Plotino giunse ad esprimere con eros l’aspirazione mistica per l’unione spirituale con la realtà soprasensibile.
- Il termine più generale per indicare l’inclinazione affettiva verso qualcuno o qualcosa èphiléō e philìa. Da cui: phìlos (amico) e vari nomi composti: filo-sofia (amore della sapienza), filantropia (amore verso gli umani).
Il verbo agapàō, molto meno colorito, è di etimologia incerta e viene usato senza particolari sfumature, tanto da essere talvolta intercambiabile con i precedenti.
- Nella religione ebraica il comandamento dell’amore al prossimo non è riassuntivo di tutti i comandamenti, poiché l’amore di JHWH si articola in tutta una gamma di prescrizioni e precetti. - La comunità di Qumran, ai tempi del NT, era consapevole dell’amore di Dio, che si rivolgeva, però, soltanto ai figli della luce; cioè Il comandamento biblico consisteva nell’amare chi era eletto da Dio e nell’odiare chi è odiato da Lui (!).
b) L’amore come comandamento nuovo
Meglio che i rabbini, il Gesù dei vangeli (soprattutto quello di Giovanni) parla di comandamento nuovo.
Per l’Autore del IV vangelo la vera novità del Cristo, è il suo dono più specifico e originale, in rimando al clima dell’ultima cena, quando Lui lo proclamò come nuovo (rispetto ai comandamenti dell’AT); infatti non è da aggiungere ai precedenti, ma da approfondire nella sua novità: il rapporto filiale quale quello di Gesù per il Padre. Per capirlo basta richiamarsi a quello che Gesù aveva detto: Non vi chiamo più servi … ma vi ho chiamato amici (phíloi), perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
c) IL COMMENTO DI PAPA FRANCESCO
Essere cristiano è un cammino di liberazione; i comandamenti ti liberano dal proprio egoismo e ti liberano perché c’è l’amore di Dio che ti porta avanti.
Proseguendo un ciclo di catechesi dedicato ai dieci Comandamenti, papa Francesco ha invitato i fedeli presenti all’udienza generale in piazza San Pietro, a fare un esercizio di memoria, teso a ricordare quante cose belle ha fatto Dio per ognuno di noi! E ha esortato a guardarsi dentro e a chiedere a Dio di essere liberati dall’egoismo, dal peccato, dalle catene della schiavitù.

3) Personale: quel che il cuore mi detta

Come parlare di amore per Dio e per il prossimo in questo omento storico, quando i valori umani sono scomparsi, Dio è distante dall’essere umano e il prossimo è soffocato dalla morsa del male?
Mi chiedo cosa resta di tutto ciò in cui credevo fervidamente quando ero bambina.
Allora cerco un rifugio lontano dalla triste e trista realtà e prego col linguaggio del cuore; e, per dare riposo alla mia inquietudine, balbetto parole in poesia [chiedo scusa se le mie poesiole non sopportano la punteggiatura]:

se guardo superficie luminosa del mare
o mi fingo altro cielo altra danza festosa
fatta di ritmi mai ascoltati
rimango smarrita ma prego

o Dio percuoti il mio incanto
trascendi i miei sensi
attraversa il mio cielo interiore
abbeverami di VERITA’

solo guardando il buono e il cattivo
il vecchio e il bimbo il sano e il malato
fuori dalle angustie dell’io

ti scopro o mio Dio
presente in tutti e in ciascuno
o mio Dio o mio AMORE

sabato 11 maggio 2019

QUARTA DOMENICA di PASQUA



QUARTA DOMENICA DI PASQUA

1) il vangelo

Gv 10,27-30

27. In quel tempo, Gesù disse: Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.
28. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.
29. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre.
30. Io e il Padre siamo una cosa sola.

2) il commento

a) Premessa
- L’immagine evangelica del Pastore richiama uno dei temi più significativi della cultura biblica ebraica.
C’è un dato di fatto di cui tener conto: la maggior parte della Giudea era un altipiano dal suolo aspro e sassoso, più adatto alla pastorizia che all’agricoltura; l’erba era scarsa e il gregge doveva spostarsi continuamente. Non c’erano muri di protezione e questo richiedeva la costante presenza del pastore in mezzo al gregge.
- Nell’Antico Testamento si parla di Dio quale pastore del suo popolo: Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. (Sal.23); e i profeti incoraggiano a sperare che Lui avrebbe fatto germogliare dal suo popolo un pastore di sua scelta, dal nome simbolico di Davide quale manifestazione della regalità del Messia.
- Lo stretto legame tra Cristo e David emerge ovunque a livello iconografico: l’immagine del profeta adolescente accanto al suo gregge annuncia quella di Cristo buon pastore (il giovane è generalmente rappresentato da un adolescente imberbe, vestito di una corta tunica, con il mantello quadrato e gli stivaletti).
- L’iconografia del buon pastore nasce dalla trasposizione cristiana delle allegorie della mansuetudine e della filantropia, che erano molto diffuse nella decorazione cimiteriale. Il simbolismo è chiaro: nella figura del Buon pastore viene rappresentato Gesù salvatore e nella pecora si allude all’anima salvata dal suo amore.
- Nei primi secoli del cristianesimo e nel medioevo ci fu ampia diffusione di questa raffigurazione che nei secoli successivi diminuì fino a scomparire.

3)  la pericope di questa IV Domenica di Pasqua
- Il brano evangelico di questa Domenica mette in risalto alcune caratteristiche del Buon Pastore. La prima riguarda la conoscenza reciproca tra pecore e pastore: le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.
In certi paesi d’Europa, gli ovini sono allevati principalmente per le carni; in Israele erano allevati soprattutto per la lana e il latte. Esse perciò rimanevano per anni e anni in compagnia del pastore che finiva per conoscere il carattere di ognuna e chiamarla con qualche affettuoso nomignolo.
- Nella famosa poesia di Leopardi intitolata Canto notturno d’un pastore errante, il poeta immagina un pastore che in una notte serena, non avendo con chi parlare, parla con la luna: Dimmi, o luna: … Ove tende questo vagar mio breve?. In altre parole: che senso ha la vita? Non è un correre per monti e valli, su vie sassose, per cadere al fine nel precipizio silenzioso del nulla? L’uomo è appena venuto al mondo e i genitori sentono il bisogno di cullarlo, quasi a consolarlo d’essere nato. Vale dunque la pena di vivere?.
Al dialogo con la luna succede quello con il proprio gregge: O greggia mia che posi, oh te beat!
Che la miseria tua, credo, non sai! Quanta invidia ti porto!. Cioè: quando ti sdrai tu riposi beata; io, se mi fermo, sono assalito da un tedio mortale. L’uomo invidia le bestie perché, non pensando, non si tormentano.
Questa è una delle poesie più sconsolate di Leopardi e tra le più moderne per il respiro cosmico che la pervade. Qualcuno l’ha definita l’anti-Divina Commedia. Lì un universo con al centro la terra e in essa l’essere umano: il tutto rischiarato dalla luce serena della Provvidenza. Qui [con la rivoluzione Copernicana di mezzo] la terra appare un puntino sperduto nell’universo e l’essere umano una passione inutile. Sotto tutto questo tetro pessimismo, qualcuno però ha giustamente intravisto una cosa assai diversa: il sospiro dell’essere finito e caduco verso l’infinito e l’eterno. Un infinito che qui si fa sentire indirettamente, per il dolore che provoca la sua assenza.
- Vediamo che cosa la parola di Dio, e in particolare il Vangelo del buon pastore, ha da dire su questo senso di vuoto e di solitudine dell’uomo nel mondo. La Bibbia ha parole non meno forti di quelle del poeta sulla insignificanza dell’uomo: Un soffio è ogni uomo che vive, come ombra è l’uomo che passa; solo un soffio che si agita (Salmo 38,6). Anche il poeta biblico si sente un puntino da nulla rispetto all’universo, ed esclama: Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? (Salmo 8,4-5). Ma accanto a questa miseria, il salmista vede anche la grandezza umana: …l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi; tutti i greggi e gli armenti, tutte le bestie della campagna (Salmo 8, 6-9).
Ma basta il pensiero e la coscienza che abbiamo della nostra fragilità per renderci felici? No, la nostra consolazione più grande sta nel fatto che Dio si cura di lui. E’ il suo pastore!
Ecco la voce di uno che ha trovato questo senso:
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla;
su pascoli erbosi mi fa riposare
ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,
per amore del suo nome.
Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza” (Salmo 22).
Chi ha scritto questo salmo era probabilmente anche lui un pastore; ma un giorno ha scoperto di essere anche una pecorella e di avere egli stesso un pastore che vegliava su di lui. La sua vita si è illuminata, la morte (la valle oscura) ha cessato di incutergli spavento e ha sentito il suo cuore (il calice) traboccare di gioia.
Due canti, quello di Leopardi e questo del salmista ebreo, tutti e due di pastori erranti dell’Asia, simili tra loro per sublimità di poesia, ma tanto diversi nel tono! Non è detto che l’uno smentisca l’altro. Sono tante le persone, specie giovani studenti liceali, che sono state aiutate dall’amaro canto di Leopardi a porsi il problema del senso della vita! Ci troviamo di fronte ad un passaggio obbligato per giungere a scoprire l’annuncio rassicurante contenuto nel Vangelo del buon pastore.

4) personale
- Nel mio cammino verso la fede autentica, anch’io ho attraversato vari passaggi, e sono sicura di doverne attraversare ancora pur nella mia tarda età.
Nel lontano passato ho subito il fascino dell’immagine romantica di Cristo fino a staccarmi da ogni rappresentazione di un Dio che, invece, sentivo innestato nel centro del mio essere. Finché un giorno mi dissi: Dio non è nell’immagine.
Ciò è dovuto a quella chiamerei fase razionalistica, propria di chi non ha raggiunto una fase più matura nel rapporto con Dio; infatti, se l’amore verso Dio non va affidato al sentimentalismo, figlio di un devozionalismo malato, nemmeno va consegnato alla sola ragione. Dio non lo si incontra con la sola ragione teologica, incapace di raggiungere la Verità. Ben lo capì Tommaso d’Aquino. Egli in fin di vita rinnegò tutto ciò che di Lui aveva scritto nei suoi grossi tomi: Bruciateli, supplicò, sono paglia!  
- L’elaborazione che si faceva del messaggio cristiano nelle comunità protocristiane ha portato a vedere in Gesù l’immagine del buon pastore, che aiuta a riconoscere ed amare il vero Dio.
Ma qual è la Verità del buon pastore? Il giorno in cui vidi un branco di pecore in transumanza, mi accorsi che un pastore che col bastone e la voce dura sembrava aggredire ogni pecora disobbediente. Sì, le conosceva per nome, ma perché ne conosceva le magagne. II pastore era tutt’altro che buono e pecore erano tutt’altro che obbedienti.
Per me fu la caduta del mito del buon pastore.
Non mi restava che pregare per trovare il senso del mito.

preghiera sei bussola
che mi indica una direzione
un’unica certezza

o meglio un rimando
a qualcosa che sfugge
ai miei sensi distratti

ma m’interrogo
e prego ancora
e tu mi fai sprofondare

in abisso dove
soltanto intravedo
il mistero di Dio

domenica 12 agosto 2018

DICIANNOVESIMA


Gv 6,21-31
41 Allora i Giudei si misero a mormorare contro di lui perché aveva detto: Io sono il pane disceso dal cielo. 42 E dicevano: Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo?” 43 Gesù rispose loro: Non mormorate tra voi. 44 Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 45 Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. 46 Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. 47 In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. 48 Io sono il pane della vita. 49 I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; 50 questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.51 Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.

[Appena l’incipit della solita] RACCOLTA ESEGETICA
Il Vangelo di questa domenica riporta nella sinagoga di Cafarnao, ove Gesù sta tenendo un lungo discorso sul pane della vita. Gesù, riferendosi al passo biblico relativo alla manna inviata dal cielo al popolo d'Israele nel deserto, applica a se stesso il contenuto del messaggio biblico dicendo: Io sono il pane disceso dal cielo.
I presenti al sentire quell’affermazione si domandano: come può costui affermare di discendere dal cielo? Non viene da Nazareth? Molti conoscono i suoi genitori; ricordano persino i loro nomi. Non è quindi possibile che egli venga dall'alto.
La vicenda di Elia prefigurava questo mistero. Il profeta, perseguitato dalla regina Gezabele, dovette fuggire. Dopo una fuga spossante, si accasciò stanco e triste desiderando solo la morte. Mentre le sue forze, soprattutto quelle dello spirito, venivano meno ecco un angelo del Signore scendere dal cielo, svegliarlo dal torpore in cui era caduto e dirgli: "alzati e mangia!".
Elia vide vicino alla sua testa una focaccia e la mangiò. Ma tornò a coricarsi. Fu necessario che l'angelo tornasse da lui per svegliarlo ancora, quasi a voler significare la necessità di essere sempre svegliati dall'angelo e di continuare a nutrirsi del ‘pane della vita’.

Le mille domande che mi assediano e si precisano attraverso

1) UN MISSIONARIO CHE NARRA UN TIPO DI INIZIAZIONE
Perché i bambini sono felici? Perché sanno di essere amati.
La felicità è qui, il senso della vita è qui: sentirsi amati e poter amare.
Chi si lascia colmare dall’amore, farà traboccare questo amore come sorgente che non secca, come la sorgente di Siloe che non secca nella lunga arsura d’estate. È Dio, questa sorgente di Siloe, come diceva Isaia. È Dio, il quale non desidera altro che effondere il suo amore, e colmarci, e renderci capaci di amare.
In varie luoghi dell'Africa ho notato che, sebbene, un antico rito di iniziazione, che (ora con minor durata) permette ai ragazzi di diventare adulti e poter così assumere una vita di responsabilità con tutti i suoi diritti e doveri. In questa esperienza di iniziazione, obbligatoria per far parte del clan, viene chiesto al giovane di dire addio alla vita passata da bambino e di non voltarsi indietro quando lascia i suoi genitori per andare nella foresta, sebbene la madre pianga a causa della paura e del timore di perdere per sempre il proprio figlio. 
Al giovane iniziato viene insegnata la saggezza degli antenati, i comportamenti da assumere in ogni situazione di vita; gli vengono anche presentati modelli di vita vissuta per imitarli. L'iniziato, in tal modo, deve dimostrare di saper costruire la propria casa, di aver il coraggio di cacciare animali pericolosi, superare varie prove di resistenza e di  isolamento e lasciarsi incidere sul proprio corpo un segno di appartenenza. 
Alla fine di tutto, per accedere alla comunità degli adulti, viene chiesto all'iniziato di affrontare il saggio maestro mascherato che lo aspetta sotto l'albero (simbolo della vita), il quale lo esamina bene e poi gli chiede di avvicinarsi a lui e di imitare la nascita di un bambino. Alla fine di tutto gli rivela che ora è rinato ad una nuova vita, la vita della comunità degli adulti, i quali ora possono contare su di lui in qualsiasi momento.
Da quel momento gli viene dato un nome nuovo, un padrino che lo accompagna nella vita, gli viene preparato un bagno di purificazione e lo si accoglie con danze e gioia grande.  Da qui in poi potrà assumere incarichi per il bene di tutti e potersi anche formare una famiglia. Questa esperienza fatta, non potrà più dimenticarla perché viene ritenuta sacra.
La comunità o il clan, solo ora lo potrà ritenere una persona a pieno titolo, rimarcandogli che ha lasciato per sempre "quel bambino che era prima e le cose usate nella sua infanzia". Ora avrà davanti a se nuovi ideali, un modo nuovo di vivere e dovrà fare scelte  coraggiose e responsabili, dove potrebbe anche essere disposto a perdere la vita per il bene della sua comunità.

Introduco le mie osservazioni:
Dunque la fede prenderebbe le caratteristiche, nelle sue parti essenziali, dalla formazione ricevuta da bambini…

2) UN’ESPERIENZA INTERESSANTE

Fu un'iniziativa avviata nel 1987 dal cardinale Carlo Maria Martini arcivescovo di Milano nella sua diocesi.
Consistette in una serie di incontri a tema ai quali il cardinale invitò esponenti sia dichiaratamente credenti sia non credenti; lo scopo fu quello di dare voce, su varie tematiche, a chi non si definisce credente, al fine di confrontarsi con il credente e con le ragioni della sua fede
Tali incontri furono occasione di incontro e dialogo; gli interventi di alcune edizioni furono raccolti in diverse pubblicazioni.
La sede degli incontri variò di anno in anno, anche in relazione della crescente eco che l'iniziativa ebbe e che portò ad un numero sempre maggiore di pubblico.
L'iniziativa si prolungò, di anno in anno, sino al 2002, anno delle dimissioni di Martini dal suo incarico pastorale a Milano per raggiunti limiti d'età.

Questa esperienza mi porta a farmi una domanda più precisa: chi è l’ateo?
Ecco alcune risposte (non mie, che sono luoghi comuni)

a) Gli atei sono spesso immaginati come intolleranti, immorali, depressi, ciechi alla bellezza della natura e dogmaticamente chiusi all’evidenza del soprannaturale. Persino John Locke, uno dei grandi patriarchi dell’Illuminismo, credeva che l’ateismo non dovesse affatto essere tollerato perché promesse, patti e giuramenti, che sono i legami delle società umane, non possono avere alcuna presa su un ateo. Ciò accadeva più di 300 anni fa. Ma, negli Stati Uniti attuali, poco sembra essere cambiato. Ben l’87% della popolazione afferma di non aver mai dubitato dell’esistenza di Dio; meno del 10% si qualifica atea e pare che la sua reputazione stia sempre più deteriorandosi. Siccome gli atei sono spesso tra gli individui più intelligenti e scientificamente preparati di una società, sembra importante ridimensionare i miti che impediscono loro di giocare un ruolo più importante nel nostro contesto nazionale.
Se si dovesse fare una simile statistica nel nostro Paese le cose cambierebbero di poco.
b) Gli atei credono che la vita sia priva di significato
Al contrario, sono le persone religiose che spesso si preoccupano che la vita sia priva di significato e immaginano che possa essere solo redenta dalla promessa della felicità eterna oltre la tomba. In generale, gli atei sono piuttosto convinti che la vita sia preziosa. Si carica la vita di significato vivendola pienamente. Le nostre relazioni non hanno bisogno di durare per sempre per diventare significative. Gli atei tendono a considerare questa paura priva di senso.
c) L’ateismo è dogmatico
Ebrei, musulmani, altri, affermano che le loro scritture hanno una conoscenza dei bisogni dell’umanità talmente approfondita che potrebbero solo essere state scritte sotto la direzione di una divinità onnisciente. Un ateo è semplicemente una persona che ha preso in considerazione tale affermazione, ha letto i libri e ha trovato l’affermazione stessa ridicola. Non c’è bisogno di prendere tutto per fede, o essere in alternativa dogmatici, per rigettare credenze religiose ingiustificate. Come ha detto Stephen F. Roberts, Io sostengo che siamo entrambi atei, solo che io credo in un dio di meno rispetto a voi. Quando capirete perché rifiutate tutti gli altri possibili dèi, capirete anche perché io rifiuto il vostro.
d) Un’alternativa
Forse il più terribile miscredente è l’INDIFFERENTE

ESPONGO, COME POSSO, UN MIO PENSIERO

Anzitutto spiego perché il discorso che riguarda il vangelo di Giovanni al cap. 6 nei versetti 41-51 mi fa ripiegare dalla solita ricerca esegetica alla ricerca, forse tutta mia, di una lettura che vada otre l’esegesi, per un motivo: leggendo la pericope odierna, mi son chiesta: ma a chi serve, per chi è scritto il vangelo? solo per i praticanti cattolici? Ma Dio non ha a cuore tutta l’umanità?
Le parole lette in Giovanni Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo, mi suonano tristi: l’eternità sarebbe solo per chi mangia il pane-Gesù; e la vita consegnata  da Gesù al Padre sarebbe per il mondo, e non per tante altre vite che non conterebbe nulla
Forse la fede è un grande aiuto per l’umanità che non lo sa trovare in se stessa e vede spesso il vuoto attorno a sé: vuoto di senso principalmente, frustrazione al suo bisogno di vivere a cui nessuna religione, cultura ecc. sa dare una risposta, o è qualcosa di di più profondo?
E che cosa è la rivelazione?
Certamente non è quella che ci hanno insegnato, poiché ci sono tanti e diversificati concetti che la spiegano.
Non mi prolungo.
EPPURE IO CREDO.
Anzitutto se racconto la mia esperienza interiore, non la propongo tale e quale ad altri. Ma si tratta di una via percorribile per alcuni.
E, siccome a me interessa tutta l’umanità, anzi tutto il mondo (oltre la terra, oltre le galassie), penso a Nietzsche che parlava di un mal-tradotto superuomo, il quale in realtà sarebbe stata una umanità piena  quale mai si era realizzata, ma che sarebbe stata l’umanità del futuro… (e morì pazzo per aver concepito tale possibilità).
Io credo alla possibilità di un’umanità rinnovata; ad un’umanità costruita da chi vede tutte le incongruenze della vita e si impegna con se stesso ad agire come se fosse possibile fare qualcosa per il bene di chiunque, ‘come se Dio agisse attraverso di me’. E’ stato detto “chi cambia se stesso può cambiare il mondo”.
E, sapendo di non potercela fare, ricorro a quattro forze: quella della preghiera, quella dell’amore per TUTTI, quella dell’accettazione della mia incapacità, quella di non rifiutare il mio patrimonio religioso, sia pure deformato qual è. Non voglio eliminare le tradizioni dalla mia vita: una Messa partecipata nonostante l’indigeribilità di usi ed abusi ‘sacri’ vale più dell’esegesi più alta. Credere, in ultima analisi, è, vuole essere, per me sentirmi parte di questa umanità non perfetta, ma che qualcuno si deve portarsi sulle spalle ‘sua sponte’, come Cristo…….