sabato 29 settembre 2012

XXVI T.O. annoB


30 settembre 2012 - XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Anno B
Numeri 11, 25-29; Giacomo 5, 1-6

Marco 9, 38-43.45.47-48
38 In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: "Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva". 39 Ma Gesù disse: "Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: 40 chi non è contro di noi è per noi. 41 Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. 42 Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. 43 Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geénna, nel fuoco inestinguibile. [44] 45 E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geénna.[46] 47 E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geénna, 48 dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue".

Premessa
Marco è stato il primo a raccogliere detti e fatti ereditati dalla tradizione, uniti al vivo ricordo dei contemporanei; e li ha rifratti nelle sue scelte redazionali, sintetizzabili nella questione sorta tra i circoli cristiani giudaizzanti, non inseriti a pieno titolo nella prima comunità formatasi dopo la resurrezione di Cristo. Si tratta della questione che viene posta davanti a Gesù: può essere riconosciuto suo seguace chi non ha ricevuto un preciso mandato da Lui?
Oggi la questione potrebbe porsi in tanti altri modi, ma il senso è lo stesso; riguarda l’identità del cristiano cattolico, che confligge con l’abitudine a sentirsi ‘protetto’ dall’appartenenza dottrinale e pratica (sacramentale e quant’altro). Ma siamo sicuri che i cristiani critici in nome della cosiddetta fedeltà al Vangelo sappiano espungere dal Vangelo la verità che in esso traluce attraverso e oltre le parole? Il brano di oggi sottende un’indicazione del Maestro illuminante che riscalda il cuore al di là di ogni fanatismo.

Ciò che è essenziale cogliere nei primi tre versetti
Brevi note: i seguaci di Gesù si pongono allo stesso livello di Gesù nella frase “non ci seguiva” v. 38, al contrario di Lui che sottolinea il senso della sequela con l’espressione “nel mio nome” (v. 39), la quale significa: quel che conta è mettersi in sintonia con il senso profondo della sua relazione col Padre, da estendere anche al di fuori di un’appartenenza specifica. L’essenziale è nella frase del v. 41 "chi non è contro di noi è per noi", la cui spiegazione è anticipata nel v.40: chiunquei vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome…”. Essere alla sua sequela di Gesù non è un privilegio, non significa fare grandi opere (come gli esorcismi), ma rendere agli altri i servizi meno appariscenti, ma rispettosi del germe di Vita che è disseminato nel cuore di tutti e fruttifica nell’ascolto interiore.

Lo scandalo dei piccoli (v. 42)
Il significato dell’attenzione affettuosa di Gesù verso i piccoli si aggancia  a quello di cui si parlava nel brano della domenica scorsa, dove il termine è in contrapposizione con il voler essere il più grande (9,34) da parte dei suoi seguaci.  Lo scandalo in senso letterale indica una pietra e allude al comportamento immorale. Non fa riferimento alla sessualità, ma al comportamento nocivo alla vita degli altri, primo fra tutti il misconoscimento di ciò che Dio rivela a tutti coloro che sanno ascoltarlo.

L’auto-castigo della mutilazione
- Non c‘è alcun disprezzo, bensì la giusta valorizzazione delle potenzialità legate alla corporeità. Le frasi sono iperboliche e nello stesso tempo dense di significato: all’accesso della vera Vita possono essere di nocumento la mano che sa solo prendere, l’occhio che vede solo la propria immagine, il piede che non si sposta sulle strade della misericordia e della vicinanza.
- La Geenna. E’ un fossato ad est di Gerusalemme che nei tempi antichi era stata luogo di sacrifici umani sacrileghi e poi fu adibito all'incenerimento delle immondizie di Gerusalemme. Le parole di Gesù non si riferiscono ad una condanna nell’aldilà: sono l’esortazione pressante a vivere la vita terrena in piena apertura all’amore, sulle tracce lasciate da Lui. Le espressioni “il verme che non muore” e “il fuoco che non si estingue” (in connessione col testo di Isaia) indicano, la prima la putrefazione, la seconda la cremazione: due modi di estinguere in modo più o meno perfetto quel che è bene non resti di un corpo usato nella sete di possesso. O si entra con Gesù nella pienezza della vita già nell’oggi, o quando arriva la morte fisica, questa trova un corpo svuotato di vita.

Chiesa e Regno
Contrariamente ad una convinzione che si insinua in una stanca esegesi evangelica, il testo offre l’opportunità per rimarcare la differenza tra Chiesa come strumento del Re­gno, e quest’ultimo sconfinante nel cuore della Divinità. 

sabato 22 settembre 2012

XXV T.O. anno B


23 settembre 2012 

Sap 2,12.17-20;  Giac 3,16-4,3
Mc 9,30-37
30 In quel tempo, partiti di là Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. 31 Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: "Il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà". 32 Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. 33 Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: "Di che cosa stavate discutendo per la strada?". 34 Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. 35 Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: "Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti". 36 E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: 37 "Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato".

UNA PREMESSA (per individuare l’approccio, in questo blog, al vangelo della domenica)
I Vangeli ed alcune categorie di potenziali lettori: a) i praticanti, spesso privi di un corretto ed efficace riferimento al significato dei testi; b) i cattolici critici, i quali si dichiarano cattolici, pur lamentando ‘l’apparato dottrinale e sacramentale della chiesa contro la fedeltà al Vangelo’ e talora dando luogo ad alternative teoriche e pratiche autoreferenziali; c) gli assetati di spiritualità mistica che si nutrono di visioni spiritualistiche quasi sempre di stampo orientale; d) i non-credenti o atei, che si attengono soltanto a principi ed a valori dedotti dall’uso incondizionato della razionalità;  e) i Mistici cattolici a cui mi ispiro.
- In questo studio sintetico si ritiene possibile additare A TUTTI la via seguita da questi ultimi, i quali si accostano alla Parola di Dio nella consapevolezza che in essa sia racchiusa come in uno scrigno la vocazione umana alla compiutezza divina già in questa terra: attraverso l’intimità col Mistero di Dio, rivelato in Gesù Via Verità Vita, e da tradurre in ogni aspetto della vita personale ed associata.
Pochi elementi di analisi del testo
GESÙ SULLE STRADE
Gesù itinerante, ormai si dirige verso Gerusalemme dove consumerà il dono di sé. E’ giunta l’ora di svelarsi quale l’atteso Figlio dell’uomo (cioè nella  pienezza dell’essere umano partecipe del divino). Usa cautele nello svelare il segreto del suo messianismo: proteso, non a rispondere ad attese trionfalistiche, bensì a rendere partecipi i suoi seguaci del suo stesso percorso non facile. In altre parole sono essi stessi che debbono conquistare la realizzazione del loro sogno: Gesù non si fa idolo rassicurante per nessuno; è pronto a donare la sua vita, ma non a regalarla. E perciò non è capito.

IN UNA CASA SI SIEDE PER DARE SPIEGAZIONI
C’è  bisogno di dare spiegazioni da Maestro. Perciò lo fa in una casa, dove si siede, come era solito fare ogni maestro, e CHIAMA all’ascolto i Dodici (in realtà ancora non c’è netta differenza tra apostoli e discepoli). A. Maggi commenta: è strano, è una casa, una casa palestinese, non è molto grande, perché Gesù deve chiamare? Perché lo seguono, ma non lo accompagnano, non gli sono vicini interiormente.

UNA SPIEGAZIONE AVVALORATA DA GESTI
Quello che viene chiamato bambino è in realtà un ragazzotto, un servitorello, secondo una corretta traduzione del termine greco; si tratta, insomma di uno che conta poco e può solo servire, data la concezione del tempo. Ci vuole uno siffatto a rappresentare l’annichilimento del Messia. E Gesù lo pone in mezzo e lo abbraccia… un modo tenero per raffigurare  il criterio della credibilità: NON DIRSI, MA FARSI SERVO.

‘CHI ACCOGLIE ME, NON ACCOGLIE ME, MA COLUI CHE MI HA MANDATO’
La radicalità di Gesù è compendiata in questa frase. Attraverso di Lui bisogna risalire alla misteriosa Divinità, la quale non se ne sta chiusa nel suo splendore, ma si rivela. Come commentare il significato di questo rivelarsi se non ricorrendo all’immagine del Padre? Ascoltare il Figlio fa sprofondare nel cuore della Divinità. Gesù non è venuto a proclamarsi Dio, ma a proporre, attraverso Se stesso, il Padre col suo disegno di comunione con l’umanità; come se dicesse: non guardate nemmeno a me. Un modo, questo, per indicare la via del difficile decentramento dall’io (a fatti!) per attingere il divino. In questo si ritrova la comune figliolanza allo stesso Padre. Ed allora l’umanità non può perire nella vanità propria di tutte le cose; c’è posto per la felicità, già da ora, e proprio nell’impotenza. 

RIFLESSIONE di Lucia e Armando – Quei dodici che confabulano su chi tra loro sia il più grande, rivelano la difficoltà di comprendere un insegnamento troppo impegnativo. La loro ambizione, stolta ed indelicata, ci mette all’erta: anche noi siamo esposti allo stesso pericolo. Anche quando siamo impegnati seriamente nella vita cristiana e nella sua pubblica accettazione, potremmo servirci e profittare delle cose più sante per soddisfare l’orgoglio e conquistare prestigio. Servirsi di Dio anziché servirlo, ecco il rischio che siamo invitati a superare!
POESIOLA di Ausilia: Ti ho parlato sempre come a persona / fratello padre amico confidente segreto / da bambina mi rapivano il cuore e baciavo / le piaghe di Te crocifisso e volevo aiutarti  *  Essere-Creatore-Onnipotente-Tutto / ti farebbero estraneo ed assente / ti sento spirito e vita che creato ti fai / impotente al dolore al limite al male / oh amore

sabato 15 settembre 2012

XXIV domenica T.O. AnnoB


16 settembre 2012

Isaia 50, 5-9a ; Giacomo 2, 14-18

Marco 8, 27-35
27 In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli, verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: "La gente, chi dice che io sia?". 28 Ed essi gli risposero: "Giovanni Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti". 29 Ed egli domandava loro: "Ma voi, chi dite che io sia?". Pietro gli rispose: "Tu sei il Cristo". 30 E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. 31 E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell' uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. 32 Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. 33 Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: "Va' dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini". 34 Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: "Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 35 Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà".

Alcuni, pochi, spunti per scoprire i significati meno evidenti nella lettura del vangelo

Premessa
“All’alba del cristianesimo, fin verso gli anni 80, non esisteva il problema di credere ai dogmi: essi non erano stati ancora formulati. Solo negli scritti  giovannei, intorno agli anni 80-85, apparve la necessità di credere ad un dogma ritenuto fondamentale: Gesù è Figlio di Dio.
E’ ormai assodato che il Vangelo di Marco sia il primo dei quattro. Consta di 16 capitoli, e l’ottavo di oggi fa da spartiacque tra l’attesa di un Messia potente, portatore di salvezza duratura al suo popolo e un Messia che si fa carico del dolore del mondo, quale aveva preconizzato il profeta Daniele* nella figura del servo sofferente.

Tra Messia atteso e Messia inatteso
Era comune l’attesa del Messia, (in ebraico Mashiah, in greco Christòs), che significa "unto", “consacrato”: re, profeti e sacerdoti, al momento della loro elezione, venivano consacrati mediante una unzione con olio profumato. Nelle parole entusiaste di Pietro: “Tu sei il Cristo[Matteo aggiunge: "il Figlio di Dio vivente" (Mt 16, 16) che potrebbe, però, essere una esplicitazione dovuta alla fede della Chiesa dopo la Pasqua] prevale il senso trionfalistico del termine. Gesù accetta l’epiteto di Cristo, ma ne dà una precisa spiegazione: per Lui accettare il dolore e la morte significa farsi dono di Dio all’umanità, per raggiungere la pienezza diella Vita. Non per nulla Gesù parla di sé come Figlio dell’uomo**.

Messianismo d’amore
Ecco tre piste per essere seguaci di Cristo: a) rinnegare se stessi, nel senso di non-appartenere a se-stessi, bensì al Signore (cfr. Is 31,7); b) prendere la propria croce, in vista di una fedeltà radicale; c) seguirlo, come specifica Giacomo nella seconda lettura, lontano da sogni di potenza, nella fraternità e nel servizio ai bisognosi. Il suo non è un destino inevitabile e catastrofico, ma una via di amore che trasforma già oggi la fragilità della vita umana in Vita piena.

Precisazioni su Gesù Figlio di Dio
Nel catechismo abbiamo la risposta confezionata: "Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio". Affermazione 'corretta', ma inutile se non scuote una mentalità chiusa alla trascendenza (chiuso alla trascendenza è chi vede le cose senza scoprire altro, quale solo l’artista sa cogliere). Pratiche rituali e sacramenti sono svuotati di senso se non sono richiamo al Mistero di un Dio-che-si-rivela. Ecco il vero punto fermo su cui insistere: perché Dio si rivela? Perché si fa chiamare Padre e dà in Gesù un associato alla condizione di umana precarietà? Che farne di un Dio chiuso nella sua onnipotenza? I mistici  sperimentano l'immedesimazione alla figliolanza divina e parlano di un Dio che si dona e chiede - soltanto chiede – altrettanto dono.

Personali
Armando e Lucia - Comprendiamo il “Chi vuole seguirmi, prenda la sua croce...”, che abitualmente viene citato, specie da chi parla “al volo” del vangelo, come un invito a non evitare la sofferenza-dolore – quasi una necessità per assomigliare a Gesù – e inducendo i superficiali, anche dotti, a pensare che il cristianesimo sia “per il dolore” anziché per la gioa. Dall’analisi del testo deduciamo quanto sia necessario cambiare opinione e di rivestirsi di un nuovo pensare, cosa che riusciva difficile agli stessi apostoli.
Ausilia - Grazie, Gesù, di esserti fatto dono per me. La mia vita sia un grazie, anche quando mi smarrisco, anche quando non so amare e non mi resta che lasciarmi amare .
  
Note
* Isaia presenta il servo sofferente come un profeta che è discepolo sperimentato, uno che ascolta in modo permanente. Per lui non si dà nessuna nuova partenza senza ascolto: ogni mattina il Signore risveglia il suo orecchio, affinché entri in una sapienza nuova e misteriosa, che supera e sconvolge le prospettive e le attese umane. Il profeta descrive un suo sogno, nel quale vede la successione di quattro imperi rappresentati da bestie, raffiguranti la disumanità degli imperi, cancellata definitivamente dal Figlio dell’uomo.
** Nel sogno di Daniele (cap. 7, 13-14) il Figlio dell’uomo è prototipo di un’umanità garantita  dalla  sua consacrazione a  Dio, sicché il termine è usato come sinonimo di Figlio di Dio.

sabato 8 settembre 2012

XXIII Domenica T.O.annoB


09/09/2012
Isaia 35, 4-7a;  Giacomo 2, 1-5

Marco 7, 31-37
31 In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. 32 Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. 33 Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; 34 guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: "Effatà", cioè: "Apriti!". 35 E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. 36 E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano 37 e, pieni di stupore, dicevano: "Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e parlare i muti!".
[Pochi scarni punti, rispettosi della verità dei fatti.
Le aggiunte omiletiche le lasciamo ad altri]

la liberazione attraverso la corporeità
Premessa - La liturgia tiene presenti i cardini della fede presenti, da una parte nell’A. T., dall’altra nella nascente comunità ecclesiale; e quest’ultima vede in Gesù a) un messaggio universale b) da incarnare nel battesimo cristiano.
- Se non si vuole aggiungere un’ennesima omelia alle molte altre, occorre inquadrare la catechesi odierna del brano (che va sotto il nome del vangelo di Marco) in riferimento a tali cardini, con tutti i limiti di ogni interpretazione. In particolare, nella stesura del testo risalente al tempo in cui Gicomo scrive, c’è la volontà di giustificare la piega sacramentale che la chiesa cattolica comincia a sviluppare la dottrina, nonché di tener presente l’ideale universalistico da dare al messaggio messianico.
- Il gioco tra simboli e realtà può condizionare una lettura orientata alla ricerca della verità che si rivela in Gesù. Perché i simboli sono sostanza di ogni parola e, usati senza un minimo di accorgimento, possono nuocere nella ricerca della porzione di verità a cui l’essere umano può accedere già durante il percorso temporale.
- Gesù si offre come rivelazione del Mistero di Dio attraverso la corporeità. Il seme della Verità è nascosto nella debolezza della carne; perciò Egli se ne prende cura in un ‘corpo a corpo’, che si fa invocazione di grazia dal cielo e richiesta di umano ascolto.

Il luogo - La circostanza geografica viene evidenziata dallo strano percorso di Gesù, che offre a Marco un'occasione per riferirsi ai territori pagani limitrofi della Galilea: Tiro, Sidone, la Decapoli. L’itinerario, geograficamente, è inverosimile, ma vuole indicare l’azione di Gesù verso i popoli pagani.
 
I sordomuti nella tradizione profetica - Nella tradizione profetica, la sordità o la cecità sono figure della resistenza al messaggio di Dio (Is 6,9; 42,18; Ger 5, 21.23; Ez 12,2). Perciò la prima lettura fa riferimento al profeta Isaia quando annuncia, con fervide parole d’incoraggiamento all’ascolto, la liberazione definitiva con il rientro del popolo d'Israele dall'esilio babilonese.

In disparte - Per agire con il sordomuto, Gesù lo separa dalla folla, cioè dal numeroso gruppo di seguaci che non provengono dal giudaismo: ha bisogno di un contatto con la singola persona attraverso il suo corpo.

L’azione di Gesù sugli organi dell’udito e della parola - Gesù agisce prima sull’udito, necessario per potersi esprimere, e quindi sulla lingua (nella cultura giudaica si pensava che la saliva fosse fiato condensato). Gli altri gesti fanno entrare nella dinamica di un miracolo volto alla liberazione dall’isolamento: come si esprime Isaia in 35,6:  “la lingua del balbuziente griderà di gioia”. Quello di alzare gli occhi verso il cielo è lo stesso compiuto alla moltiplicazione dei pani, quindi basilare per non cadere nella trappola del semplice miracolismo. Il sospiro di Gesù seguito dal termine aramaico “Effatà” = apriti, è un’ulteriore segno di veridicità dei fatti che sta dietro la narrazione: un Gesù che si serve ‘appassionatamente’ di mezzi umani per farsi un varco nella ricettività e portare la liberazione.

Ha fatto bene ogni cosa -  Alla folla viene attribuito un ruolo importante per disegnare il rapporto tra la rivelazione di Gesù e la rivelazione antica al momento della creazione: "Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco era cosa molto buona" (Gn. 1, 31, ma anche Sir 39,16).

Personale – Gesù, tocca il mio cuore ansioso di verità. Te lo pongo avanti con le sue chiusure che rifiuto, ma che continuano a condizionarmi. So che la verità è nel tuo sospiro volto verso il cielo e nella forza con cui pronunzi il tuo Effatà. Voglio ascoltarti a preferenza di altre religioni e culture spirituali, per le quali nutro rispetto. Non sono io che scelgo Te, ma sei Tu che scegli me.

sabato 1 settembre 2012

Domenica XXII T.O.annoB



Comandamento d’amore
Deuteronomio 4, 1-2. 6-8; Giacomo 1, 17-18. 21b-22.27

Marco 7, 1-8.14-15.21-23
In quel tempo, 1 si riunirono intorno a lui i farisei e alcuni scribi, venuti da Gerusalemme. 2 Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate 3 - i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi 4 e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti - , 5 quei farisei e scribi lo interrogarono: "Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?". 6 Ed egli rispose loro: "Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: "questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. 7 Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini. 8 Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini".
14 Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: "Ascoltatemi tutti e comprendete bene! 15 Non c' è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro". 21 Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, 22 adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. 23 Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l'uomo".

Premessa
- Il tentativo di forzare il testo si annida nella lettura più attenta. Allora mi pongo una domanda di fondo, tralasciando per questa volta altri aspetti importantissimi, come quello del significato di purezza del cuore. Tanto meno faccio riferimento ai dogmi, consapevole della necessità del velo di formulazioni che qualsiasi struttura stende sulla verità.
- L’aspetto di fondo da cogliere è la novità dell’incarnazione dell’amore di Dio in Gesù. Già nell’Antica Alleanza molti passi biblici si riferiscono alla rivelazione dell’amore di Dio anche attraverso la sua ‘ira d’amore tradito’ contro i trasgressori. La novità è nel fatto che Gesù presenti la sua persona quale incarnazione umana di tale amore divino. E a questo proposito non bisogna dimenticare che termini (tutte le parole sono simboli!) quali Figlio e Padre sono da Lui usati per esprimere il suo ineffabile intimo rapporto con la Divinità.
- Il comandamento dell’amore di cui parla Gesù potremmo definirlo un ossimoro (usando una vocabolo moderno): cioè fa tutt’uno di due elementi che si contraddicono, l’obbligo della Legge e la libertà dell’amore.

Il comandamento della Torah
Scribi e farisei in realtà hanno capito cosa dice Gesù e per questo sono venuti da Gerusalemme a contestarlo, coinvolgendo in tale contestazione anche coloro che gli sono vicini. Tutti sono ben lontani da ogni distinzione tra legge di un inesistente stato e fede come dono d’amore di Dio che richiede una risposta libera. Dà invece preoccupazione l’insistenza di Gesù, unita al suo ascendente carismatico, nell’intaccare l’autorità di tante tradizioni costruite a difesa della Legge (Torah), la quale costituisce il cardine di coesione di tutto il popolo. Invece non viene avvertita la portata universale che il cristianesimo attribuirà a Gesù; si resta ancorati alla tradizionale linea difensiva della Legge di fronte ad influenze religiose delle varie popolazioni attigue (e tale sarà l’atteggiamento di fronte all’invadenza dello stato romano, col quale si dovrà scendere a compromessi). La preoccupazione di tutti è comprensibile: come mai Gesù, profeta carismatico e maestro di vita, si arroga il diritto di interpretare la quintessenza della Torah e di  appropriarsi del suo vero senso?

La novità di Gesù
Gesù è vicino alla sua cattura e sente l’urgenza di rivelare la sua identità. Senza insistere sull’universalità della sua rivelazione (cosa che avverrà dopo la Pentecoste), Egli  chiede a chi lo avvicina l’ascolto del cuore: dal momento che il suo (cuore) di carne umana è in unione intima con Dio, può trascinare l’essere umano nello stesso circuito divino.

“Ogni dono perfetto viene dall’Alto”
Giacomo nella II lettura afferma: «ogni buon regalo, ogni dono perfetto viene dall'alto e discende dal Padre della luce». Gesù non insegna che non si debbono osservare le leggi di Mosè, ma che solo l’Amore divino può illuminare il cammino umano verso la verità di se stesso, perché essa è fuori di lui, ha la sua dimora stabile in seno al Mistero di un Dio che si offre in dono. In linguaggio moderno si direbbe che ogni etica laica ha bisogno di un freno alle smodatezze corruttrici, frutto della debolezza e precarietà terrene, attraverso il sussidio del trascendente presente in ogni aspetto della vita personale ed associata: economia, cultura (in particolare quella giuridica rispettosa dei diritti umani), arte, attività ludica, eccetera.

Riflessioni personali
Il comandamento d’amore postula la libertà, perché non ci può essere amore senza libertà. Il nodo dell’ossimoro si scioglie: se si è amati, bisogna, è necessario (ecco perché si parla di comandamento) accettare il dono per metterlo a frutto. Chi capisce e sa apprezzare tale dono, AIUTA DIO [anche Lui ha bisogno di una risposta d’amore], come dice la Hillesum, a ridare all’umanità smarrita la Speranza. Anche oggi, in questa crisi globale, c’è motivo di sperare. Una beghina, mistica del XII secolo, per tutta la vita chiedeva a Dio: perché il male? Si salverà questo mondo? Solo alla fine della sua vita Dio le diede la certezza che “alla fine TUTTO SARA BENE”. ‘Le ragioni della speranza’ sono riposte nel dono dell’Amore di Dio attraverso Gesù: solo che si usi la libertà, scegliendo ciò a cui Lui invita.


domenica 26 agosto 2012

XXI Domenica T.O.annoB


 26 agosto 2012
Giosuè 24, 1-2a 15-17 18b; Ef5, 21-32

“Signore da chi andremo? Tu hai parole
di vita eterna”
Gv 6, 6069 [In quel tempo,] molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».
Una stringata riflessione con il sussidio di studiosi
1. PREMESSA PERSONALE
Faccio poche puntualizzazioni, nella convinzione che queste possono aiutare soltanto chi è disponibile a leggere meditando e pregando il vero Maestro, lo Spirito. Non è l’epoca più adatta a fare questi discorsi? Se è così, meglio non sfiorare nemmeno la lettura.

2. PAROLE DURE IN CUI È IN QUESTIONE LA LIBERTÀ
Ormai sono gli stessi discepoli che in questo brano trovano ‘dure’ le parole di Gesù. Parole che sottendono la sua prossima morte e perciò costituiscono un testamento lasciato in consegna a chi è disposto a CREDERE. Parole “dure” da capire, ma che sono “spirito e vita” e perciò in grado di introdurre ad una dimensione lontana dalla mentalità nutrita soltanto di realtà terrene pur restandone sempre insoddisfatto. 
Nell’Antica Alleanza, come troviamo nella prima lettura, "Giosuè disse a tutto il popolo: ‘Se vi dispiace di servire il Signore, scegliete oggi chi volete servire’. N.B. [Chi si libera da un padrone, in realtà se ne sceglie un altro] ‘Quanto a me e alla mia casa –incalza  Giosuè- vogliamo servire il Signore’. Il verbo scegliere presuppone una condizione ineliminabile per credere. Usare la propria libertà… Quale?
L’unica, capace di aprire la comunicazione profonda sino all’assimilazione, non si può nutrire di facoltà psicologiche, richiede quell’intuito divino [mi si permetta l’espressione], che rende disponibili ad entrare in una dimensione di Vita attraverso la vita.

3. CHI È GESÙ? È DIO?
Per non pochi, forse per tutti, Dio è una presenza da sfondo, quasi come un arredo che fa parte integrante dell’umano, ma a cui non badare, se non quando ci si sente annegare. Mi piace accennare a due autori del Novecento,  di cui parla Ravasi a questo proposito, L. Wittengstein ed E. Ionesco: a) il primo nel Tractatus logico-philosophicus si esprime così: : «Ho voluto indagare i contorni di un'isola; ma ciò che ho scoperto sono i confini dell'Oceano». Ecco, bisogna sconfinare in Dio per trovare la dimensione del divino nell’umano; b) il secondo aveva gettato sulla realtà uno sguardo sconfortante, tant'è vero che era stato etichettato come esponente del teatro dell'assurdo (nella linea di Samuel Beckett); ebbene,  nell’inquietudine propria della società borghese senza ideali, alimentata a forza di luoghi comuni, stancamente ripetitiva e alla fine vacua e fatua, fiorisce in lui l’anelito verso il mistero, e l'ultima riga del suo diario è folgorante: «Pregare Non So Chi. Spero: Gesù Cristo».
Non si nega che altre personalità della storia siano state, anzi siano anche oggi, dei pilastri per una vita ravvivata di senso. Ma il Gesù che Giovanni presenta anteriore a quello umano, sfida a riconoscere che il Dio Ignoto ha dato a Lui il mandato di manifestare la sua presenza nell’unico luogo storico dove può abitare: l’abisso dell’interiorità umana.

4. COSA SIGNIFICA CHIAMARE GESÙ ‘SIGNORE’, ‘FIGLIO DI DIO’?
Come afferma J.M.Castillo, Gesù si riferiva alla fede quale adesione personale a lui, ai suoi criteri, alla sua maniera di vivere, ai valori che egli proponeva e difendeva; e nell’espressione simbolica del mangiare la sua carne e bere il suo sangue intendeva inaugurare una spiritualità dell’assimilazione a Dio, perché tutta l’umanità riscopra di essere stata fatta ad immagine e somiglianza di Dio.

sabato 18 agosto 2012

XX domenica anno B


Pr 9, 1-6; Ef 5, 15-20

Gv 6, 51-58
51 In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». 52 Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53 Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 55 Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57 Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 58 Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

UN DISCORSO DI FONDO con l’aiuto di Gianfranco Ravasi
Premessa. Ravasi precisa: “Il grande rischio del nostro tempo non è l’ateismo. L’ateismo coerente e cosciente, che è frutto di una scelta pensata e meditata è degno del rispetto. Noi invece siamo in presenza della non credenza, dell’indifferenza, ma della superficialità, della banalità, del vuoto, della secolarizzazione, di una società spenta”.
Anche i credenti corrono il rischio di disorientarsi di fronte alle parole che Giovanni nel cap. 6 pone in bocca a Gesù. L’approccio dell’evangelista, originale rispetto a quello degli altri tre, mette di fronte a termini ed espressioni difficili. Il brano che leggiamo oggi risulta “non solo complesso, ma quasi crudo e fin troppo realistico. Come i giudei, infatti, anche noi possiamo ritrovarci a reagire con discussioni solo tra di noi senza riuscire a confrontarsi con Gesù e la sua Parola!”. Da qui la necessità di fermarsi a riflettere.
1) Il Gesù storico o il Cristo della fede?
G. Ravasi centra il problema nella sua complessità. Nei termini usati “da un lato, bisogna evitare la Scilli del mito o della pura e semplice teologia, quasi essi siano trattati speculativi; d'altro lato, bisogna schivare la Cariddi della storicità assoluta, quasi che essi siano da ricondurre al genere dei manuali di storiografia o delle biografie scientifiche”. E’ certo che non ci troviamo di fronte ad “una pura e semplice memoria di atti e di detti: quei ricordi sono, infatti, illuminati dall'esperienza dell'evento della pasqua di Cristo vissuta dalla comunità dei discepoli” del tempo in cui Giovanni scrisse. Può il bagaglio di concetti, assimilati da molti acriticamente come dottrina di fede, reggere il confronto con la ragione, la quale addirittura ha proclamato,  nell’ebbrezza modernista, la fine del sacro?
2) Il mistero di Dio
Non si può evitare di parlare di mistero quando si parla di Dio, come è mistero anche l’essere umano; a meno che questi lo rifiuti a priori, cadendo incansapevolmente in altri miti, in altri idoli costruiti culturalmente ed assimilati in modo  altrettanto acritico.
Nella Bibbia “il nome più importante, quello divino, si contiene in quattro consonanti:  JHWH, che rimangono mute, impronunziabili”. Ed è interessante notare che in tutte le sue pagine lo scrittore biblico presenta il Suo operato nella storia, senza mai identificarlo in una Persona. Non diversamente avviene nei Vangeli. Questi presentano un Gesù che si guarda bene dal riferirsi al ‘Padre’ [come non ricordare G. Paolo I, quando definisce Dio padre e madre?] in termini convincenti per la ragione; che richiede soltanto fede incondizionata. Ad un certo punto però - è vicina la sua cattura - egli rompe gli argini ed esplode in affermazioni sconcertanti: e si autodefinisce “Pane disceso dal cielo”; e subito incalza: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha [non ‘avrà’] la vita eterna”.
Il mistero di Dio ha in Gesù un risvolto unico: lo rivela, non con parole di sapienza, ma nel simbolo del pane, della carne e del sangue umano, da mangiare. Per rivelarLo nella propria umanità, assimilata alla Fonte divina (raffigurata nel simbolo del Padre) e per proporsi all'umanità come cibo da assimilare.
3) E’ opportuno fermarsi a pochi essenziali concetti
Dice Ravasi: “È facile intuire che, se i Vangeli dipingessero il fondale della vita e dell'opera di Gesù coi colori e le figure del mondo greco-romano del II secolo, avremmo qualcosa di simile alle famose ‘Cene’ di Gesù dipinte dal Veronese o di altri artisti in cui Cristo e i suoi commensali sono inseriti in architetture rinascimentali e con particolari occidentali. I Vangeli riflettono invece con una buona approssimazione (non dimentichiamo che essi non sono libri storici in senso stretto) lo sfondo topografico e socio-culturale del I secolo”. Eppure il vangelo scritto in un preciso contesto storico riesce a proporre all’umanità un salto enorme di qualità nella rivelazione del Mistero di Dio, incarnato in Gesù. Il quale non si propone come modello, ma realizza la stessa vita di Dio nella concretezza della carne umana, per trasportarla, assieme a Lui, nel cuore del Mistero.
4) Come vivere con Gesù la vita del Padre.
Mangiandolo. C’è bisogno di spiegarlo? Non è certamente il rito per se stesso a permettere ciò: il rito è guscio vuoto dentro il quale si può sperimentare la comunione con Dio. Oh se avessimo la capacità di non banalizzare e di accostarci all’eucarestia – senza trascurare tutti i gesti del quotidiano - con la semplicità di chi crede nell’unico miracolo alla portata di creature fatte di carne (con la fragilità che essa comporta), ma in grado di riconoscere in sé “l’immagine e la somiglianza” di Dio. L’eternità è questa vita di Dio nel tempo.





venerdì 10 agosto 2012


XIX T. O. ANNO B

1Re 19,4-8, Ef 4,30-5,2
Gv 6, 41-51
In quel tempo,] 1 i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». 2 E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: "Sono disceso dal cielo"?». 3 Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. 44 Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 45 Sta scritto nei profeti: "E tutti saranno istruiti da Dio". Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. 46 Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. 47 In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. 48 Io sono il pane della vita. 49 I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; 50 questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. 51 Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

ALCUNE NOTE ESPLICATIVE SUL TESTO
1) Un’omelia che dà unità a frasi sparse
a) Gli altri vangeli riportano varie espressioni di Gesù presenti nel capitolo 6 di Giovanni, ma in contesti diversi da questo. Anche se l'origine storica è composita, è importante non distruggere l'unitarietà data dal quarto evangelista, il quale mette a fuoco concetti fondamentali della missione di Gesù. b) Ci troviamo di fronte ad un'omelia basata sull'originale insegnamento di Gesù, ma è evidente l’elaborazione ad opera di un predicatore della prima generazione cristiana e che Giovanni ha accolto in modo organico nel suo vangelo. Ne risulta un testo ricco di contenuti e di significati.
2) Mormorio tra i ‘Giudei’.
a) Il termine Giudei indica il popolo dell’Alleanza rappresentato dalle autorità religiose. Ma in questo vangelo gli scontenti riguardano tutti: come riconoscere nell’uomo-Gesù la rivelazione del Padre? b) Siccome ai tempi della stesura del testo avevano preso piede alcuni dei movimenti gnostici che negavano l’umanità di Gesù, Giovanni si propone di combattere la loro tesi. c) Questa omelia segue la tecnica di quello che i Giudei chiamano midrash, infatti il testo segue l'ordine della frase biblica spiegata parola per parola. Si articola secondo le due direttive: il pane dal cielo e il donarlo da mangiare.
3) Il pane disceso dal cielo
Nella prima lettura il riferimento ad Elia mostra la continuità dell’agire di Dio quale si desume dalla Bibbia. Nella vicenda, il profeta, sfuggito alla persecuzione della regina Gezabele che voleva la sua morte per aver ucciso 400 profeti di Baal, è deciso a farla finita con la vita. Dio gli incute coraggio con un gesto materiale: provvede per lui un cibo che gli permetterà di camminare per quaranta giorni e quaranta notti verso il monte Oreb (il numero 40  esprime il tempo dell’attesa, della purificazione, del ritorno al Signore, della certezza che Dio è fedele alle sue promesse; il monte Oreb è, per antonomasia, il monte di Dio). Elia attraverserà il deserto, e il suo cammino sarà tortuoso e demoralizzante. Or ecco Dio gli manda un messaggero-angelo a portargli un aiuto fatto di essenzialità – pane, acqua - . Agli orecchi dei Giudei suona esagerata e presuntuosa l’affermazione gesuana di essere disceso dal cielo. Ma chi  può dare questo Pane se non Dio stesso? Dicendosi disceso dal cielo, Gesù compendia il concetto che il cibo in grado di soddisfare completamente l’essere umano non può che discendere dalla trascendenza di Dio. Giovanni scrive quando Gesù era ormai risorto, quindi può parlare senza ambage del mistero del dono del Padre in Lui, il quale ne fa a sua volta dono all’umanità, bisognosa di nutrimento di Vita.
4) Mangiare-credere
Mangiare il pane di vita significa assumerlo, assimilarlo, conformarsi. E' in questa ottica che si muove la seconda lettura. L'apostolo Paolo ‘ordina’: "Fatevi dunque imitatori di Dio". Se Gesù è il donatore di se stesso (vv. 35.38.41.42), bisogna scoprire in Lui, non l’ultimo, definitivo santone che si spaccia per Dio, ma l’inauguratore di un nuovo modo di rapportarsi a Dio: accogliere il dono e riprodurlo nella nostra terrestrità. Il termine ‘carne’ (sarx) in ebraico indica la persona. L’insegnamento di Gesù è più che verbale; è la sua stessa vita in corpo umano, cibo da ricevere e da dare a tutti: altro che dimostrazione di onnipotenza!

COMMENTI PERSONALI
E. Ronchi. La nervatura di tutto il brano è il verbo mangiare. Men­tre le religioni orientali si concentrano sul respiro, il cristianesimo ha come gesto centrale il mangiare: Dio diventa parte integrante di me, è sot­to la mia pelle, si insedia al centro della mia povertà.
Wilma Chasseur. Il verbo che in questa sezione appare con più frequenza è "credere". Gesù non dice “chi crede avrà” poi nel futuro la vita eterna, ma “chi crede ha già”; “il pane [il cibo] che io darò è la mia carne”. La vita eterna non inizia dopo la morte, ma comincia nel momento stesso in cui crediamo in Gesù Cristo Figlio di Dio. "Questa è la vita eterna: che conoscano te l'unico vero Dio e colui che hai mandato".
Armando e Lucia. "Solo Colui che viene da Dio ha visto il Padre". Viene=proviene. Gesù rivela la sua radice divina e ne compendia l’essenza; “è disceso” per farsi cibo a chi crede e in tal modo attinge alla vera Vita, di cui si fa primizia nell’umanità con la morte e la risurrezione. Chi accetta il dono della fece si lascia assimilare da Dio come Lui, impregnandosi di consegna, abbandono, fiducia, certezza. A volte ci si domanda se Gesù, nei Vangeli, si riconosca e manifesti come Dio. Ebbene, Lui ha ricevuto in consegna il progetto divino, realizzandolo nella sua persona-che-si-dona: è Dio stesso che si dona tangibilmente attraverso di Lui.
Ausilia. Il padre nostro è la più precisa traduzione del senso delle frasi lette. Il senso globale è da trasferire dagli zirgogoli dei nostri ragionamenti nella preghiera: Dacci oggi il nostro pane quotidiano, terreno e celeste; venga il tuo regno; regno che simboleggia il compimento finale del destino dell’umanità. Refernte di tale preghiera è il Padre: simbolo che non indica la figura tradizionale maschile…. Mi dà un senso di tristezza pensare a come non sappiamo destreggiarci tra i simboli di Padre e di Figlio. Adoriamo ancora una volta l’idolo delle nostre strettoie figurative, perdendo la semplicità dei sgignificati di cui solo lo Spirito può illuminarci.


venerdì 3 agosto 2012

XVIII del Temo Ordinario anno B


Es.16, 2-4. 12-15; Ef. 4, 17. 20-24
Gv 6, 24-35
24 Quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. 25 Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbi, quando sei venuto qua?». 26 Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. 27 Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». 28 Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». 29 Gesù rispose loro: «Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». 30 Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? 31 I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: "Diede loro da mangiare un pane dal cielo"». 32 Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mose che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». 30. Allora gli dissero: «Quale segno dunque tu fai perché vediamo e possimo credert? Quale opera compi? 31. I nostri Padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». 32 Rispose loro Gesù: “In verità , in verità vi dico: non Mosé vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; 33 il pane di Dio è colui che discende e dà la vita al mondo». 34 Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane» 35. Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

Alcune note attraverso l’aiuto degli Studiosi
Goivanni, il teologo. A differenza dei discorsi presenti nei vangeli sinottici, che riflettono più da vicino le parole effettivamente pronunciate dal Gesù storico, quelli del 4° vangelo sono in genere piuttosto lunghi ed elaborati; infatti Giovanni sovrappone al discorso di Gesù la sua meditazione teologica, o per meglio dire le riflessioni della comunità, e perciò parla il Cristo risorto, vivo e spiritualmente presente in essa (Ileana Mortari). 
La folla. E’ rappresentativa della comunità del tempo in cui scrisse Giovanni, e dell’altra folla, che si addensa nella mentalità delle nostre comunità e dei singoli.
Alla ‘ricerca’ di Gesù. Il verbo greco usato sa di cattura, almeno psicologica. La folla non vuole farsi sfuggire un’occasione così allettante come quello della ‘pancia piena’ in maniera duratura. Intanto si rivolge a Gesù col titolo di Rabbi. Così era chiamato chi insegnava la legge: segno chiaro che in Lui essa non vede altro se non ‘un messia speciale’ in linea con lo schema dell’attesa messianica tradizionale. Anche la donna samaritana aveva chiesto a Gesù di darle quell’acqua che disseta per la vita eterna, ma la novità evangelica sfugge sempre.
Che cosa dobbiamo fare? Contro la mentalità giudaica legata al fare (e perdurante nella storia), la risposta di Gesù nel v. 29 è chiara: Egli chiede la fede nella rivelazione, attraverso la sua persona, del Padre, Sorgente della Vita imperitura.
La richiesta di un segno. la folla non si convince. Se i miracoli significano altro rispetto alle sue aspettative, allora ci vuole un segno speciale. Gesù allora si fa garante del dono del Padre col dono di se stesso (all’umanità).  Ma per capire ci vuole “una forte e decisa esperienza del Cristo”, “contro la tentazione del cibo e della bevanda che simboleggiano certe ideologie appariscenti ma che non saziano le coscienze, contro certe forme religiose consolatorie o esotiche che stordiscono ma non guariscono, contro il godimento che offusca la mente e ottunde il cuore” (A. Sceppacerca).
«Io sono il pane della vita». “L’autore del quarto vangelo ha un suo proprio modo di ripetere lo stesso tema, ma a un livello sempre più alto e profondo. Sembra una scala a chiocciola. Girando, si giunge allo stesso punto, ma a un livello più alto o più profondo” (Carmelitani). E proprio così nel brano di oggi si giunge alla grande affermazione dell’ultimo versetto: «io sono il Pane della vita».

 RIFLESSIONI personali
Armando e Lucia. Dunque Gesù, dopo la moltiplicazione di pane e pesce, si eclissa perché vogliono farlo Re. La folla, presa da entusiasmo, non pensa alla sovranità di fatto del tempio e alla presenza dell'impero romano. E Gesù, dice l'evangelista, se ne va! Perché? I commenti che abbiamo letto in questi giorni fanno immaginare un Gesù che vuole destare la collaborazione, il senso di iniziativa, l'autonomia ecc., che invece la gente tralascia in cambio del piatto pronto e gratuito. Forse è anche proprio questo il motivo della sua fuga. Noi due, però, vediamo prevalente un altro aspetto: la lotta interna ad ogni uomo, tra il messianismo di Gesù e quello della nostra astuzia che vorrebbe addomesticare Dio stesso.
Ausilia. In questo brano si parla di fede e solo di fede. La risposta, data da Gesù a chi gli chiedeva quali opere fare, è illuminante anche se sottintesa: le opere materiali debbono essere intessute di fede. Non una fede la quale (come attingo da più fonti) sarebbe contrapposta, oggi, alle norme dettate dall’istituzione-chiesa. Gesù non ha la necessità di sbandierare la condanna generalizzata con la quale gli ‘illuminati’ vogliono convertire le istituzioni; chiede piuttosto lo spirito di un Francesco d’Assisi, di altri credenti anche sconosciuti, i quali hanno irradiato dovunque abbiano operato il soffio della Novità Evangelica.
Wilma Chasseur. … Vogliamo i doni, ma non ci interessa il donatore. Quando diciamo: ‘ma è una vita che chiedo una grazia a Dio e Dio non me la dà’, è proprio questo che accade. Proviamo a non chiederla più per niente e ad interessarci più al datore della grazia, ed ecco che immediatamente la riceveremo…. Perché abbiamo scoperto e ci interessa di più il pane di vita eterna e le sorgenti d’acqua viva che ci disseteranno in eterno.