mercoledì 13 agosto 2014

ASSUNZIONE DI MARIA IN CIELO

ASSUNZIONE DI MARIA IN CIELO
= I PASSI LITURGICI
 Ap 11,19; 12, 1-6.10
Si aprì il tempio di Dio che è nel cielo e apparve nel tempio l’arca della sua alleanza. 
Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. 
Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. 
Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. 
Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio.
Allora udii una voce potente nel cielo che diceva: «Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo».
Sal 44
Figlie di re fra le tue predilette;
alla tua destra sta la regina, in ori di Ofir.
Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio:
dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre.
Il re è invaghito della tua bellezza.
È lui il tuo signore: rendigli omaggio.
Dietro a lei le vergini, sue compagne,
condotte in gioia ed esultanza,
 sono presentate nel palazzo del re.
1Cor 15,20-26

Fratelli, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo. Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza. È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi.
39 In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. 
40 Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. 
41 Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto.
42 Allora Maria disse:
43 L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
44 perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
45 D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
46 Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia
47 per quelli che lo temono.
48 Ha spiegato la potenza del suo braccio,
49 ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
50 ha rovesciato i potenti dai troni,
51 ha innalzato gli umili;
52 ha ricolmato di beni gli affamati,
53 ha rimandato i ricchi a mani vuote.

=  ANALISI ESSENZIALE DEL TESTO EVANGELICO
39 In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
- Non è chiaro perché Maria abbia percorso in fretta i 150 km circa che la separavano dalla casa di Elisabetta: non certo per assisterla, come ha suggerito una tradizione spirituale posteriore; probabilmente aveva bisogno di conferme a quanto l'angelo le aveva detto, o meglio voleva condividere la propria straordinaria esperienza con qualcuno che stava vivendo una situazione che si avvicinava alla sua.
- Nel dire che Maria andò in fretta, Luca sottolinea la sua prontezza nel servizio (il verbo greco usato indica l’azione risoluta), come l’Israele fedele che vive al di fuori dell’influsso della capitale e corre in aiuto del giudaismo ufficiale.
- Dicendo città di Giuda, Luca evoca la storia di Israele e l'elezione di Giuda a preferenza di tutti i figli di Giacobbe.
40 Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.
Giovanni, mentre è ancora nel grembo di Elisabetta, riconosce la presenza di Gesù: già da ora inaugura la sua funzione di precursore, cioè di colui che indica la presenza del Messia in mezzo al suo popolo.
41 Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto.
L’esultanza di Elisabetta nell’esclamare a gran voce una benedizione evoca l’atteggiamento di esultanza del popolo di Israele davanti all'arca dell'Alleanza: Maria -pare voglia sottolineare l’evangelista- è arca della presenza del Signore (cioè YHWH): questo termine è usato dalle comunità cristiane a partire dalla Risurrezione.
42 Allora Maria disse:
- Il cantico di Maria prorompe dal cuore degli umiliati (sottomessi e diseredati) di tutti i tempi, i quali  attraverso la fede colgono il cambiamento profondo che Dio realizzerà intervenendo personalmente a favore dei poveri.
43 L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
44 perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
Ecco il motivo della gioia e della lode a Dio di Maria. Dio ha guardato alla bassezza (tapeinosis) della serva. Maria è collocata tra i cosiddetti poveri di YHWH, tali per umile condizione sociale, o per qualche situazione penosa (malattia, sterilità…).
Ciò che qui si traduce con umiltà non è dunque una qualità morale ma uno stato di povertà o di umiliazione, anche se per i poveri di YHWH ciò assume una connotazione religiosa poiché tali poveri vengono messi nella condizione di fidarsi totalmente di Dio.
45 D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Luca certamente riporta la convinzione elaborata dalla comunità circa la risonanza che avrà in tutti i tempi ciò che si avvera in lei.
46 Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia.
Nelle grandi cose sono compendiati gli interventi di Dio nelle varie tappe della liberazione, in particolare per l’uscita dall’Egitto, (Dt 10,21: primo esodo).
47 per quelli che lo temono.
48 Ha spiegato la potenza del suo braccio,
in questo e nei seguenti versetti è da notare l’uso dell’aoristo: ha spiegato, ecc.. Dio non ha ceduto e non cederà mai di fronte all’ordine ingiusto della società che discrimina.
49 ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
50 ha rovesciato i potenti dai troni,
51 ha innalzato gli umili;
52 ha ricolmato di beni gli affamati,
Luca riprende le frasi antitetiche, che si trovano nell’AT e nelle beatitudini, tese a dare rilievo alla preferenza di Dio per i ‘deboli’.
53 ha rimandato i ricchi a mani vuote.
54 Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia,
Dio è Santo e forte, ma la sua realtà non sarebbe completa se non si ricordasse della sua misericordia. Il termine ebraico che esprime la misericordia è molto profondo: ricorda l'amore paziente, la fedeltà di Dio alle sue promesse, nel contesto dell'Alleanza.
55 come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre.
L'attenzione si sposta sulla storia del popolo eletto: il rovesciamento di situazione proclamato da Maria è come la risposta di fedeltà all'impegno che  YHWH aveva preso con i primi patriarchi a favore del suo popolo. Questa promessa è per sempre, cioè abbraccia tutta la storia dell'umanità.
56 Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.
Luca sottolinea la prolungata permanenza di Maria al servizio della sua parente, alludendo all’ultimo periodo della sua gestazione. Non parla, invece della sua presenza al momento del parto, mentre è molto logico che l’avesse assistita proprio in quella difficile circostanza: all’evangelista non interessano i fatti di cronaca, ma il valore teologico del servizio prestato. Il ritorno a casa sua forse serve a chi scrive per ricordare che Giuseppe è assente nella gestazione del figlio: cosa che fa pensare ad un ripensamento dei fatti avvenuti attraverso l’elaborazione e/o dibattiti della comunità.

= L’INNO DEL MAGNIFICAT
E’ da notare che le parole del Magnifìcat sono attinte all'Antico Testamento, intessuto come è di riferimenti a brani dei Salmi e dei Profeti.
Il Magnificat non è uno dei tanti canti di devozione, ma un vero inno religioso dal contenuto rivoluzionario, in quanto afferma che la fede deve cambiare la storia, creare valori nuovi, essere sorgente di coraggio. Soprattutto afferma che la rivoluzione del Vangelo non passa necessariamente attraverso i grandi appuntamenti della storia, ma attraverso piccoli gesti quotidiani vissuti con amore. Perché ciò si realizzi è necessario leggere la propria vita all'interno del piano divino, ed è ciò che Maria insegna mentre canta il suo Magnificat.
Lo fa risuonare sulle sue labbra, intrecciato con la benedizione pronunziata da Elisabetta, nonché con le parole che le che le aveva detto l’angelo Gabriele nell’annunciazione.

= LA FESTIVITA’ DELL’ASSUNTA
a) La liturgia nella prima lettura rimanda all’Apocalisse, dove è descritta la Donna vestita di sole, insidiata da un drago rosso che sputa fuoco e avvelena la terra a colpi di coda: l’immagine è di grande valenza simbolica nel suo rappresentare il trionfo del Bene sul Male.
Perché questo rimando liturgico all’Apocalisse?
La donna dell'Apocalisse non è Maria, ma rappresenta le prime comunità di credenti, le quali dovevano affrontare l’ostilità delle autorità del tempo in quanto la novità evangelica contestava la politica disumana legata al loro potere.
Anche Paolo nella seconda lettura parla della sconfitta del Male (che comprende la morte), e si riferisce al Cristo risorto come colui per mezzo del quale è avvenuta la rinascita, la nuova Vita.
b) La celebrazione festiva è nata quando è stato definito il dogma da Pio XII il 1 Novembre 1950. L'oggetto della definizione dogmatica è che Maria, pienamente glorificata, è nella stessa condizione del Cristo risorto ed è in comunione  con tutti i giustificati dalla Grazia.
L'Assunta garantisce la dignità e il destino finale di ogni corpo umano, in quanto risusciterà; ed è segno di sicura speranza che anche noi giungeremo alla gloria trasfigurante della resurrezione di Cristo, come dice la Lumen Gentium n. 68.
Vale la pena fermarsi un momento sul termine assunta o presa; esso non significa un movimento verso l'alto, ma solo che Maria è stata sottratta alla dimora terrena temporanea, nella quale il corpo è destinato a diventare cenere. Questa sottrazione alla terra di un corpo perituro perché sia glorificato, cioè reso imperituro, è espressa bene dal termine ebraico biblico halak, usato per significare una fine misteriosa, come quella di Enoch (cfr. Gen.5,24) o quella di Elia (2 Re 2, 3-10), entrambi rapiti in cielo.

= DALLA STORIA AL MITO E VICEVERSA
- Nel corso dei secoli Maria è diventata una figura mitica; cosa che non aiuta un’autentica fede. [alcuni parlano con irrispettosa durezza di “concorrenza che farebbe Maria rispetto a Cristo”, scambiando gli atteggiamenti idolatrici dei devozionalisti con la concreta semplicità che avvolge questa meravigliosa Donna, “UMILE ed ALTA”].
- Un rapido sguardo al culto mariano:
- Nel primo millennio si faceva consistere la grandezza di Maria nella sua disponibilità al piano di Dio; infatti veniva invocata come la prima prima credente e discepola di Cristo.
- Nel secondo millennio, quando la trascendenza di Dio era avvertita nell’aspetto della lontananza e della irraggiungibilità (basti pensare alle immagini del Cristo Pantocrator); quando non si poteva leggere la Bibbia, la messa era in un linguaggio (latino) incomprensibile ai più, Dio veniva imprigionato in discussioni per pochi eletti e l'immagine del Dio Padre del vangelo era sostituita da quella del Dio giudice, Maria divenne la Mediatrice e, nello scorrere de tempo, sempre più perfetta, così come risulta dalla formulazione dogmatica dell’Immacolata Concezione (1854) e dell’Assunzione (1950).
- Durante il Concilio (1963), che ha costituito lo sbocco di tanti movimenti di pensiero non allineati a molte credenze ingenue consolidate, è iniziata una stagione nuova, in alcuni casi di esaltazione innovativa a tutti i costi, in altri di semplice rifiuto e anche di protesta, in alcuni altri di maturazione spirituale.
Certamente il processo del cambiamento di vedute su Maria è sfociato in qualche buon risultato, in particolare nella revisione del culto, nonché dei cardini fondamentali della fede in Dio attraverso la Chiesa.
- Oggi si lamenta l’accantonamento dei temi caldi del Concili, ma non si può dire che esso non abbia avuto i suoi effetti. Fatto sta che –a parte i mille fenomeni visionari e i persistenti atteggiamenti idolatrici dei più, prevale in persone ‘di buona volontà’ un atteggiamento più cauto nel modo di rapportarsi a Maria. Per queste ultime lei è, come nei primi tempi del cristianesimo, una di noi, nostra sorella nella fede,  umile e coraggiosa discepola di Cristo, Donna nel senso pieno del termine, a partire dalla sua femminilità e terrestrità.
A volte, nel parlare di Maria ai nostri fratelli separati soprattutto di area protestante (come si sa, per ragioni culturali e storiche, in Oriente la situazione è diversa) o nel proporla al di là dei confini propri della cattolicità, si avverte che lei possa rappresentare un ostacolo al dialogo sui massimi sistemi, o che la sua figura sia, per gli stessi credenti in seno alla chiesa (cattolica), priva di consistenza teologica, oltre che troppo legata alla sfera sentimentale e quindi un piuttosto sdolcinata. Di ciò bisogna tener conto per tentare un rinnovamento delle coscienze.
- Concludo citando Paolo VI nella sua Marialis Cultus: All’uomo contemporaneo, non di rado tormentato tra l’angoscia e la speranza, prostrato dal senso dei suoi limiti e assalito da aspirazioni senza confini, turbato nell’animo e diviso nel cuore, con la mente sospesa dall’enigma della morte, oppresso dalla solitudine mentre tende alla comunione, preda della nausea e della noia, la beata Vergine Maria, contemplata nella sua vicenda evangelica e nella realtà che ella possiede nella città di Dio, offre una visione serena e una parola rassicurante: la vittoria della speranza sull’angoscia, della comunione sulla solitudine, della pace sul turbamento, della gioia e della bellezza sul tedio e sulla nausea, delle prospettive eterne.

 - Aggiunta di approfondimento per chi lo desidera -

= MARIA E Il FEMMINISMO
Non presenterò Maria come una femminista ante litteram! Piuttosto mi propongo di delineare alcuni, pochi, aspetti dell’attuale dibattito in campo femminista, senza la pretesa di essere esaustiva. Mi avvalgo delle annotazioni fatte da varie studiose a proposito della Lettera ai vescovi sulla collaborazione dell’uomo e della donna (stesa da papa Ratzinger nel luglio 2004):
- Come si può chiedere oggi alle donne d’accettare di essere oggetto di una “interpretazione autentica” (che dovrebbe indicare loro come sono e come debbono essere) da parte di uomini maschi e celibi che si scrivono tra loro su di esse? E’ vero che nella Chiesa cattolica le donne non sono ammesse ad alcun ministero ordinato e nemmeno a molte funzioni che di per sé non richiederebbero una ordinazione. Ma come mai non si sente la necessità di ascoltare le donne e la loro comprensione di sé, la loro elaborazione teologica e antropologica?
- Ogni volta che si sente parlare dello specifico femminile nasce la questione: qual è lo specifico maschile? Perché non se ne parla? Lo specifico maschile è forse tutta la attività umana, salvo la specifica funzione femminile materna? Senza questa parte, il discorso soltanto sulla donna trascina con sé, contro intenzione, proprio una prospettiva antropologica di non-reciprocità, confermando l’androcentrismo che pure si vorrebbe superare.
- A differenza della “Mulieris dignitatem”, la Lettera si occupa delle ideologie estremiste di genere (gender) che nega­no l'identità sessuale, perché l'influenza di queste teorie è notevolmente aumen­tata nell'ultimo decennio. Nella persona umana, il sesso e il ge­nere –e cioè il fondamento biologico e la sua espressione culturale- certamente non sono la stessa cosa, ma non sono nean­che completamente indipendenti. Su questo punto la Lettera si propone di stabilire una relazione corretta tra i due: né la donna né l'uomo possono andare contro la propria natura sen­za rendersi infelici. La rottura con la biologia non libera né la donna, né l'uomo; è piuttosto un cammino che porta alla patologia. Ma c’è da mettere in rilievo che una promozione autentica non con­siste nella liberazione della donna dal proprio modo di essere ma nell'aiutarla ad essere se stessa. [Mi permetto di aggiungere qualcosa che ho maturato lungo molti anni: la donna e l’uomo debbono entrambi auto-liberarsi “per” (o meglio “prima di”) aiutarsi l’uno l’altra. Dubito molto dell’aiuto esterno, sia maschile sia femminile: per costruire la propria indipendenza bisogna cominciare a fare da sé].  
- Come cristiani [io direi: “in quanto persone umane e cristiane”], l'uomo e la donna possono esercitare la loro libertà con maturità; possono convivere nell'uguaglianza dei diritti, nella responsabilità condivisa per il futuro del nostro mondo.
- [La precedente frase contrasta con questa successiva, che non mi trova d’accordo]. È la donna che, "nel suo essere più profondo ed originale, “esiste per l'altro", ed è a lei che è affidata in modo tutto particolare la vocazione di amare e nutrire la vita. Ciò è strettamente collegato alla capacità fisica della maternità.  
- La preoccupazione primaria di questa Lettera non è l’abuso degli uomini sulle donne, ma la minaccia del femminismo. Le femministe, ci viene detto, "danno forte risalto agli stati di subordinazione per provocare l'antagonismo" [accusa che dobbiamo respingere, ma tenere presente per smentirla nell’ordine dei fatti].
- Il problema più profondo di questa Lettera, più che sociologico, è teologico. A partire da Agostino la chiesa occidentale ha capito sempre la differenza sessuale come dimensione eterna dell'esistenza umana, ma ha anche tradizionalmente insegnato che la differenza fra gli uomini e le donne è di grado piuttosto che di sostanza. Cristo era maschio non perché il corpo maschile fosse ontologicamente differente dal corpo femminile, ma perché era la versione più perfetta della stessa cosa [affermazione che fa rabbrividire; e non è l’unica].
- Oggi, scartando una comprensione gerarchica della differenza sessuale a favore di un modello di complementarità (i sessi sono uguali ma differenti), la chiesa ha dovuto trovare nuove giustificazioni per l'esclusione delle donne dal sacerdozio. Una di queste è stata l'identificazione della mascolinità, essenziale al sacerdozio, con la mascolinità di Cristo, che a sua volta è identificato con la paternità di Dio. E’ difficile immaginare però un modello sessuale più polimorfo di quello supposto da una comunità di uomini e di donne costituiti come sposa di Cristo: la sposa femminile è in realtà un termine collettivo che raccoglie entrambi i sessi (e in alcuni casi può addirittura non includere affatto le donne, per esempio quando il gruppo si esprime in una comunità di tutti maschi), mentre lo sposo è essenzialmente e biologicamente maschio. La femminilità quindi è stata colonizzata da uomini come spose di Cristo, dal momento che Maria ha realizzato unicamente il suo ruolo materno; il corpo femminile si dissolve nella comunità della chiesa.
- In sintesi la Lettera mostra buon senso e intelligenza, ma è unilaterale nella rappresentazione del femminismo e fa un certo numero di affermazioni problematiche. Inoltre rischia, rispetto a quanto riguarda le donne, di far sembrare la gerarchia cattolica ancor più anacronistica. Quale altra istituzione oggi redigerebbe un documento sulle donne, facendolo scrivere da un gruppo di uomini (e cioè la Congregazione per la dottrina della fede, con la firma del cardinale Ratzinger)?

 = POESIOLA

ormai ti vedo o Maria
mamma sorella compagna
tra tante e tanti
incontrati nel tempo fugace

ormai ti vedo accanto
all’umanità che attende
segretamente la salvezza
 con il peso del dolore e


con la gioia della fiducia

venerdì 8 agosto 2014

DOMENICA XIX T.O. anno A

DOMENICA XIX T.O. anno A

Matteo 14:22-33
22 Subito dopo, Gesù obbligò i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva, mentre egli avrebbe congedato la gente. 23 Dopo aver congedato la folla, si ritirò in disparte sul monte a pregare. E, venuta la sera, se ne stava lassù tutto solo. 24 Frattanto la barca, già di molti stadi lontana da terra, era sbattuta dalle onde, perché il vento era contrario. 25 Ma alla quarta vigilia della notte, Gesù andò verso di loro, camminando sul mare. 26 E i discepoli, vedendolo camminare sul mare, si turbarono e dissero: E’ un fantasma! E dalla paura gridarono. 27 Ma subito Gesù parlò loro e disse: Coraggio, sono io; non abbiate paura! 28 Pietro gli rispose: Signore, se sei tu, comandami di venire da te sull'acqua29 Egli disse: Vieni! E Pietro, sceso dalla barca, camminò sull'acqua e andò verso Gesù. 30 Ma, vedendo il vento, ebbe paura e, cominciando ad affondare, gridò: Signore, salvami!  31 Subito Gesù, stesa la mano, lo afferrò e gli disse: Uomo di poca fede, perché hai dubitato? 32 E, quando furono saliti sulla barca, il vento si calmò. 33 Allora quelli che erano nella barca lo adorarono, dicendo: Veramente tu sei Figlio di Dio!

POCHISSIME NOTE
Questo episodio è esclusivo di Matteo e, per interpretarne correttamente il senso, bisogna aver presente il contesto della sua comunità, presentata metaforicamente come una barca. E bisogna soprattutto entrare nell’ordine di idee che il linguaggio simbolico non esclude a priori la possibilità di un fatto accaduto. Certamente Matteo descrive, attraverso questo episodio, un particolare di non poco conto: l’evoluzione della sua comunità, percorsa da fermenti missionari di portata universalistica, contro altri che rispecchiano posizioni di conservatorismo.
Nel testo compaiono subito discepoli che resistono a Gesù perché non vogliono entrare nella barca senza il conforto della sua presenza per raggiungere la riva opposta a quella presso la quale Lui si ritaglia uno spazio di solitudine e di preghiera. Come restare lontani da Gesù, dilaniati come sono dalle burrasche del mare, che simboleggiano i dissidi interni alla comunità?
Matteo e i suoi seguaci formanti una comunità, avevano bisogno dell’autorevolezza di Gesù. Questi, nel racconto evangelico, si serve di un miracolo per impartire una lezione di fiducia. Stranamente c’è uno di loro il quale esige un miracolo per suo conto, quasi a mettere alla prova Gesù in maniera diretta: Signore, se sei tu, comandami di venire da te sull'acqua. In questo passo c’è da notare a) Simone è chiamato Pietro (nome particolarmente significativo ad indicare durezza, resistenza nel capire e nel contare sull’aiuto divino). b) Pietro invoca Gesù, chiamandolo Signore in quanto dotato di poteri straordinari. c) Gesù esaudisce la richiesta accorata di Pietro, ma lo rimprovera: Uomo di poca fede, perché hai dubitato?
Il passo ha una conclusione che fa pensare: ‘Allora quelli che erano nella barca lo adorarono, dicendo: Veramente tu sei Figlio di Dio!’. Davvero in questo v.33 assistiamo ad una confessione di fede quale Gesù richiedeva, oppure ad una semplice affermazione fideistica, come quella che cogliamo tra le folle di ieri e di oggi? Il titolo -Figlio di Dio-, come è assodato nella tradizione ebraica, ha diverse valenze: nell’ideologia regale del Messia viene attribuito a Israele, in quanto, investito da YHWH del ruolo di ‘suo popolo’; e c’è da aggiungere che anche agli angeli viene attribuito lo stesso titolo. Ma se guardiamo al NT, ed in particolare a Matteo nella versione di questo passo, si parla di Figlio di Dio omettendo l’articolo il: dunque è inutile cercare, attraverso questa affermazione, un significato quale verrà dato dalla Chiesa cattolica.
Stando alle indicazioni di non pochi esegeti, la cosiddetta professione di fede dei seguaci di Gesù, come anche di coloro che condannano a morte Gesù, non è smentita da Gesù, che afferma di essere Figlio di Dio; ma la sua è affermazione messianica, la quale è funzionale al compito di aprire alla figliolanza di Dio tutti. Detto in altre parole, Gesù sente pressante, nella sua esperienza terrena, il dovere di adempiere la volontà del Padre: portare l’umanità al suo stesso rapporto filiale di amore con Lui.

E non è poca cosa 

domenica 3 agosto 2014

XVIII Domenica T.O.

XVIII Domenica T.O.
SINTESI RICAVATA (ed elaborata) DA STUDIOSI/E

Matteo 14, 13-21
In quel tempo, 13 avendo udito questo, Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. 14 Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. 15 Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto, ed è ormai tardi: congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». 16 Ma Gesù disse loro: Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare. 17 Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». 18 Ed egli disse: Portatemeli qui. 19 E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. 20 Tutti mangiarono a sazietà e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. 21 Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

SUCCINTA ANALISI DEL TESTO
L’episodio della liturgia odierna è talmente importante da essere riportato da tutti e quattro gli evangelisti. E’ genericamente definito come miracolo operato grazie ad un’azione divina; invece è da intendere come lezione impartita concretamente da Gesù ai seguaci sulla condivisione fraterna, la quale può sanare le ferite dell’umanità.
Rimanda alla prima tentazione di Gesù nel deserto, quando Satana gli propose di cambiare le pietre in pane per sfamarsi (Mt 4,3-4). Allude al prodigio compiuto dal profeta Eliseo (2Re 4,42-44) con la sottolineatura della superiorità di Gesù: Eliseo con venti pani sfama cento persone; Gesù con cinque ne sfama cinquemila. [E’ da tener sempre presente che i numeri biblici vanno valutati nel loro aspetto simbolico].
13 – Matteo, parlando di deserto, richiama un contesto di preghiera e di solitudine e, facendo riferimento indiretto all’Esodo, raffigura un Gesù profeta ideale che porta a compimento le attese messianiche.
La sottolineatura "in disparte", che nel suo vangelo compare sette volte, segnala sempre una situazione di incomprensione dell’operato Gesù.
14 - Il sentimento della compassione è più volte attribuito a Gesù e per tre volte ha come oggetto le folle. Queste fanno pensare ad un insieme di persone anonime, capaci di entusiasmo temporaneo, ma prive di veri ideali. La compassione di Gesù, che non va considerata soltanto come espressione della sensibilità, risponde al suo costante atteggiamento misericordioso, rivolto in particolare verso le persone provate: guarì i loro malati.
15 – I discepoli rispondono alla compassione di Gesù con la mentalità economica del sistema vigente nella società: per mangiare occorre comprare.
La frase -ed è ormai tardi- richiama l’ultima cena, come tutto l’episodio.
16 –Con la particolare costruzione della frase greca -date a loro voi da mangiare-, l’evangelista rileva che Gesù invita i suoi, non solo a dare il pane, ma a farsi-pane.
17 - La replica dei discepoli - non abbiamo altro che cinque pani e due pesci – ruota attorno ai numeri cinque e due, da cui il sette, che indica la totalità.
18-19 - Comandando alla folla di sdraiarsi sull’erba, Gesù propone la posizione dei signori del tempo, i quali nei giorni festivi mangiavano adagiati su un fianco: vuole far comprendere che la sua attenzione è volta soprattutto ai rifiutati dalla società.
Il gesto  -alzò gli occhi al cielo- è segno della comunione di Gesù col Padre, e l’azione che segue un prolungamento dell’attività creatrice.
Al fine di far risaltare la chiara allusione all’eucaristia, l’evangelista segnala solo la benedizione dei pani, omettendo i pesci.
20 - La frase -tutti mangiarono a sazietà- nel vangelo di Matteo compare soltanto in questo passo e in quello delle Beatitudini (evidente è la relazione tra questo miracolo e il discorso della montagna). La sazietà era uno degli aspetti caratteristici dei tempi messianici (cfr. Is 25,6; Ger 31,14): tempi di quell’abbondanza che è pienezza di vita, propria del Regno di Dio.
L’avanzo  che è raccolto in dodici ceste, mentre allude al popolo di Israele tradizionalmente composto dalle dodici tribù (Gen 49,28), è altro segno dell’abbondanza di cui sopra.
21 – Si parla di circa cinquemila uomini. E’ facile chiedersi: perché proprio cinquemila? I multipli di cinquanta nella Bibbia indicano l’azione dello Spirito: i profeti guidati dallo Spirito andavano a gruppi di cinquanta; pentecostè, che significa cinquantesimo (dopo la Pasqua), è il giorno nel quale scende lo spirito nella comunità cristiana. Allora l’evangelista, attraverso questa cifra, vuol far comprendere che, assieme al pane, è stato comunicato lo Spirito, dal quale proviene il dono.
Il dettaglio - senza contare le donne e i bambini – indica il fatto che nel culto sinagogale la celebrazione poteva iniziare soltanto quando erano presenti dieci maschi adulti; la sinagoga poteva essere piena di donne e bambini, ma finché non c’erano dieci maschi adulti non si poteva iniziare il culto.

RIFLESSIONI
- Se teniamo presente che questo racconto riecheggia, sia episodi ed espressioni dell'Antico Testamento, sia situazioni delle prime comunità cristiane, c’è  da desumere che non ci troviamo davanti un fatto di cronaca, ma, come sempre nei vangeli, una rilettura credente della vita di Gesù alla luce delle profezie e dei simboli scritturali e sulla scorta dell'esperienza effettivamente vissuta dai seguaci del Nazareno che avevano creduto nel Risorto.
- Può essere cosa fruttuosa vivere la liturgia odierna con i sentimenti che cogliamo nel salmo 144 (databile nel III o II secolo a.C.).
[Io mi limito ad evidenziare col grassetto le frasi che colpiscono la mia mente ed il mio cuore]

O Dio, mio re, voglio esaltarti
e benedire il tuo nome in eterno e per sempre.

Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome in eterno e per sempre.

Grande è il Signore e degno di ogni lode;
senza fine è la sua grandezza.

Una generazione narra all’altra le tue opere,
annuncia le tue imprese.

Il glorioso splendore della tua maestà
e le tue meraviglie voglio meditare.

Parlino della tua terribile potenza:
anch’io voglio raccontare la tua grandezza.

Diffondano il ricordo della tua bontà immensa,
acclamino la tua giustizia.

Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.

Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

Ti lodino, Signore, tutte le tue opere
e ti benedicano i tuoi fedeli.

Dicano la gloria del tuo regno
e parlino della tua potenza,



per far conoscere agli uomini le tue imprese
e la splendida gloria del tuo regno.
 
Il tuo regno è un regno eterno,
il tuo dominio si estende per tutte le generazioni.

Fedele è il Signore in tutte le sue parole
e buono in tutte le sue opere.

Tu apri la tua mano
e sazi il desiderio di ogni vivente.

Giusto è il Signore in tutte le sue vie
e buono in tutte le sue opere.

 Il Signore è vicino a chiunque lo invoca,
a quanti lo invocano con sincerità.

Il Signore custodisce tutti quelli che lo amano,
ma distrugge tutti i malvagi.

Canti la mia bocca la lode del Signore
e benedica ogni vivente il suo santo nome,

in eterno e per sempre.
 
Gli occhi di tutti a te sono rivolti in attesa
e tu dai loro il cibo a tempo opportuno.



venerdì 25 luglio 2014

Domenica XVII T.O.

Domenica XVII T. O.
Matteo 13, 44-52
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: 44 Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. 45 Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; 46 trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. 47 Ancora il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. 48 Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. 49 Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni 50 e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. 51 Avete compreso tutte queste cose?. Gli risposero: «Sì». 52 Ed egli disse loro: Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche.

ALCUNI SPUNTI DI  RIFLESSIONE
- Qual è il tesoro sul quale contare nella vita? Ciò per cui vale la pena darsi da fare e che, trovato e custodito, fa approdare a quella sicurezza di cui tutti gli esseri umani necessitano.
Alcuni trovano questo tesoro quasi per caso, altri dopo averlo cercato con il massimo impegno. Ma identiche sono, sia la voglia di concentrare sul tesoro trovato ogni interesse tanto da considerare di poco conto perfino le tribolazioni da affrontare, sia la gioia più piena che nessuna cosa o persona può dare.
- Matteo si riferisce, come in tutto il suo vangelo, al regno dei cieli, oggetto principale del messaggio di Gesù e all’indispensabile accoglienza, la quale non è a basso prezzo, ma richiede un uso coraggioso della propria libertà.
- Come dice papa Francesco, senza il “tocco” esistenziale con il divino, “non si gode più della dolce gioia” dell’amore, né “palpita l’entusiasmo di fare il bene”; “mi permetto di insistere: non lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione!”. “Il rischio è che senza questo ‘tesoro’ possiamo trovarci anche noi [credenti] tra i pesci cattivi”.
- Un compendio della proposta evangelica lo offre la liturgia attraverso il salmo 118:
La mia parte è il Signore:
ho deciso di osservare le tue parole.
Bene per me è la legge della tua bocca,
più di mille pezzi d’oro e d’argento.

Il tuo amore sia la mia consolazione,
secondo la promessa fatta al tuo servo.
Venga a me la tua misericordia e io avrò vita,
perché la tua legge è la mia delizia.

Perciò amo i tuoi comandi,
più dell’oro, dell’oro più fino.
Per questo io considero retti tutti i tuoi precetti
e odio ogni falso sentiero.

Meravigliosi sono i tuoi insegnamenti:
per questo li custodisco.
La rivelazione delle tue parole illumina,
dona intelligenza ai semplici.
- Questo salmo è il più lungo di tutto il salterio, ma la liturgia riporta soltanto questo passo. E’ stato probabilmente scritto  poco prima della deportazione a Babilonia.
Vi compare un giovane giudeo, che si trova esposto alla pressione di coloro che in Israele hanno aderito agli idoli e sono capeggiati dal re. Combattuto per la sua fedeltà alla legge, viene calunniato ingiustamente, fatto oggetto di umiliazioni, di stenti, di insulti. Tuttavia si fa forte dell'osservanza della legge, che gli dà luce, sapienza, saggezza, e perciò egli non ha timore, ma spera che il Signore lo aiuterà.


- ESPRIMO UN MIO ANELITO:
Volere a qualsiasi costo il tesoro nascosto e farlo scoprire a tutte/i