venerdì 22 novembre 2013

XXXIV Domenica del Tempo Ordinario Anno C
e ultima dell’Anno liturgico 2012/2013
SOLENNITA’ di
NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO
(a chiusura dell’anno della fede)

Dopo aver letto i commenti di parecchi esegeti
sui brani liturgici di questa festività,
non riesco a farla lunga, per motivazioni di carattere laico:
è stridente il contrasto tra celebrazioni ecclesiali e
concreto svolgersi degli eventi odierni.
Qui offro a chi legge scarni, sudati spunti
di studio e di riflessione personale.
Rimando anche a quanto scrivevo in questo stesso blog
il 25 novembre del 2012, commentando la stessa festività,
la quale riportava altre letture bibliche,
in particolare il vangelo di Giovanni 18,33b-37
QUALE CELEBRAZIONE
Questa ‘solennità’ è stata introdotta da papa Pio XI con l’enciclica Quas Primas dell’11 dicembre 1925, dove si afferma: E perché più abbondanti siano i desiderati frutti e durino più stabilmente nella società umana, è necessario che venga divulgata la cognizione della regale dignità di nostro Signore quanto più è possibile. Al quale scopo Ci sembra che nessun'altra cosa possa maggiormente giovare quanto l'istituzione di una festa particolare e propria di Cristo.
La sua collocazione è nell’anno liturgico, alla fine di un ciclo, al quale la domenica successiva seguirà, con l’Avvento, l’inizio di un nuovo anno.
Dato termine alla narrazione dei momenti salienti della vita e dello svolgimento della missione di Gesù sulla terra, con le letture odierne se ne vuole evidenziare l’epilogo, che si fa inizio del coagularsi di nuclei di discepoli protesi a farsi ecclesia, assemblea, luogo concreto di comunione universale, regno visibile del Regno di Dio sulla terra.
La sostanza del concetto di regalità attribuita a Cristo Gesù è tutta nel concetto di Regno di Dio, Utopia progettuale di un mondo oltre l’orizzonte temporale.
Lo scarto tra l’Utopia progettuale e il suo attuarsi storico va salvaguardato, pena lo svuotamento del progetto stesso; perciò bisogna sgombrare il terreno della sempre-parziale realizzazione terrena dal pericolo della congelazione idolatrica.
Nella religione ebraica messaggeri di tale utopia erano stati i profeti, e Gesù si riallaccia ad essi. Al momento culminante della sua missione affida lo stesso compito ai suoi e alla comunità da loro costituita perché lo consegnino ai posteri. Non è cosa strana che dall’impatto con la concretezza dei fatti, molte contraddizioni si intreccino ai buoni propositi.
A distanza di duemila anni è tempo di chiedersi chi si debba fare carico nella comunità cristiana della trasmissione del messaggio di Gesù. Teoricamente la risposta è pronta e sicura: tutti i fedeli, secondo la propria specifica funzione. Ma le cose non sono così semplici. Perciò oggi, in questa ricorrenza, è bene meditare sui brani proposti dalla liturgia, e limitarsi a fare un confronto d’insieme con la realtà comunitaria, ormai solidificata nell’istituzione.
Alcune note sulla definizione “celebrazione di Cristo Re”.
Spesso si attribuisce alla sua prima introduzione nella chiesa cattolica un significato storico poiché, quando fu istituita, si viveva in un tempo caratterizzato dalla suggestione per i regimi totalitari.
La Comunione anglicana sottolinea la regalità di Cristo nella storia dei popoli e delle singole nazioni, e le cosiddette chiese cristiane, pur nella differenza circa il modo di concepirsi-chiesa, concordano nel proporsi la trasmissione del vangelo dello stesso Cristo, crocifisso nel tempo e risorto nel Sempre eterno.
E’ notevole la possibilità che i componenti di tutte le chiese, compresa la cattolica, divengano destinatari, anziché attori in prima persona della Comunione che si propongono. Questa, per essere tale, non può tollerare una divisione di compiti irrigidita in regole; compiti distribuiti in settori sostanzialmente separati, Soprattutto non può esserci una casta sacerdotale dalle caratteristiche ben note [ci accostiamo al tema marginalmente].
LA LITURGIA ODIERNA (rito romano)
2Sam 5,1-3
In quei giorni, vennero tutte le tribù d’Israele da Davide a Ebron, e gli dissero: «Ecco noi siamo tue ossa e tua carne. Già prima, quando regnava Saul su di noi, tu conducevi e riconducevi Israele. Il Signore ti ha detto: “Tu pascerai il mio popolo Israele, tu sarai capo d’Israele”». Vennero dunque tutti gli anziani d’Israele dal re a Ebron, il re Davide concluse con loro un’alleanza a Ebron davanti al Signore ed essi unsero Davide re d’Israele.
Col 1,12-20
Fratelli, ringraziate con gioia il Padre che vi ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce. È lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore, per mezzo del quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati. Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potenze. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono. Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa. Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose. È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le  cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli.
Lc 23,35-42
In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù] 35 il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». 36 Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto 37 e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». 38 Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». 39 Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». 40 L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? 41 Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». 42 E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». 43 Gli rispose: In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso.
Le tre letture sono coordinate e permettono di fare un giro di orizzonte che va
da Davide in 2Sam, conduttore del suo popolo in cammino verso Dio, rappresentante tipico (non unico) dell’investitura divina su persone carismatiche;
a Gesù di Col 1,12-20, che Paolo definisce Figlio di Dio, immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione e divenuto capo della Chiesa: dunque egli, da Figlio di Dio (il significato dell’appellativo è ben altro da quello attribuito successivamente nelle chiese cristiane), assume un compito in continuità con i profeti dell’AT; e alla fine del suo percorso terreno inaugura una nuova fase;
a Cristo il quale, interrogato sulla croce dal primo ladrone: Non sei tu il Cristo?  risponde, rivolgendosi al secondo: In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso, rivelandosi per quello che è, l’atteso Messia [aveva fatto questa rivelazione alcune volte, in maniera più o meno velata durante la sua missione itinerante, davanti al popolo e in maniera didascalica ai suoi seguaci]. Con questa affermazione ora mette in crisi gli astanti, se l’episodio è veramente accaduto così  come è riportato.
Se si prescinde dalle frasi bibliche, che rivelano una lenta consistente elaborazione del carattere messianico di Gesù, nonché dall’ottica dogmatica, che potrebbe disturbare la comprensione dei testi, si rileva più facilmente l’essenziale, così come lo compendia Paolo nella frase finale del brano di oggi: Cristo è colui che ha pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli [i cieli rappresentano l’universo intero, nel quale ha consistenza la terra]. Infatti Luca vuole evidenziare che con la sua morte si apre l’era nuova di Cristo, capo del corpo della chiesa.
SPIGOLATURE con mie note
Da E.Ronchi: C'è un malfattore, uno almeno che intuisce e usa una espressione rivelatrice: non vedi che anche lui è nella stessa nostra pena... Dio nel nostro patire, Dio sulla stessa croce dell'uomo, Dio vicinissimo nella passione di ogni uomo. Che entra nella morte perché là va ogni suo figlio. Perché il primo dovere di chi ama è di essere con l'amato. Costui non ha fatto nulla di male. Che bella definizione di Gesù, nitida semplice perfetta: niente di male, per nessuno, mai, solo bene, tutto bene. E si preoccupa fino all'ultimo non di sé ma di chi gli muore accanto … E mentre la logica della nostra storia sembra avanzare per esclusioni, per separazioni, per respingimenti alle frontiere, il Regno di Dio avanza per inclusioni … Dio non guarda alle virtù. Guarda alla povertà, al bisogno, come un padre o una madre guardano al dolore e alle necessità del figlio … allora le porte del cielo resteranno spalancate per sempre per tutti quelli che riconoscono Gesù come loro compagno d'amore e di pena, qualunque sia il loro passato…
Nota - Concordo col fare di Gesù un compagno d’amore e di pena: lo sguardo di Dio si rivela in quello compassionevole di Gesù; [aggiungo] così come si rivela in quello compassionevole degli altri crocefissi della storia, in tacita risposta alla nostra condivisione.
Da L.Manicardi: Gesù abita lo scandalo del Messia perduto che può così raggiungere chiunque si trovi in situazioni di perdizione. Del resto, noi sappiamo che condizione indispensabile per incontrare e aiutare l’altro nella sua sofferenza, è condividere qualcosa della sua impotenza e debolezza. E cita Dietrich Bonhoeffer: Cristo non aiuta in forza della sua onnipotenza, ma in forza della sua debolezza e della sua sofferenza … La Bibbia rinvia l’uomo all’impotenza e alla sofferenza di Dio; solo il Dio sofferente può aiutare …
Nota - Non sono pochi ad essere considerati (in vario modo) Messia, Unti, cioè investiti da Dio del compito di farsi esecutori del suo disegno creativo; investiti nel segno del prendersi-cura degli altri, senza appannaggi di grandezza, nella debolezza dell’impotenza [circa il concetto di ‘impotenza di Dio’ si richiederebbe una precisazione che qui non posso fare].
Da P.Curtaz: La festa di oggi è una provocazione alla nostra tiepida fede, che sfida la nostra fragile contemporaneità, il nostro cristianesimo miope, fatto di piccoli progetti. Cristo è re, significa dire che Lui avrà l'ultima parola sulla storia, su ogni storia, sulla mia storia personale … Gesù è venuto a dire Dio, a raccontarlo … I due ladroni sono la sintesi del diventare discepoli … Che re, sbilenco, amici. Un re che indica un altro modo di vivere, che contraddice il nostro "salvare noi stessi" per salvare gli altri o - meglio - per lasciarci salvare da Lui. Siamo onesti, amici: lo vogliamo davvero un Dio così? Un Dio debole che sta dalla parte dei deboli? È questo, davvero, il Dio che vorremmo? Di quale Dio vogliamo essere discepoli? Di quale re vogliamo essere sudditi? Non date risposte affrettate, per favore, altrimenti ci tocca convertirci.
Nota - Mi schermisco contro l’invito del mio principale bersaglio a non dare ‘risposte affrettate’, e lo  rassicuro (!) che io non ho voglia di convertirmi così come, forse, intende lui. A me basta confortarmi, stando in compagnia del leggendario Giobbe che impreca contro Dio, mentre continua a rivolgersi a Lui. E me la prendo anche con una lunga, forse interminabile storia, nella quale si registra un atteggiamento idolatrico, che pesa come un macigno.
Chiarisco il concetto con la seguente confessione.
Provo ripugnanza per l’uso dei termini con i quali si definisce questa ricorrenza liturgica e si fanno commenti esegetici ridondanti, nei quali, tra l’altro, non si riesce a distinguere se parlano di Dio-Padre o di Gesù.
Provo ripugnanza per le artistiche creazioni sul Cristo Pantocrator: di enorme, schiacciante grandezza, dall’atteggiamento di giudice severo, regale, maestoso; come pure per l’iconografia che ha lasciato raffigurazioni di un Gesù dolciastro, affascinante, accarezzando un devozionalismo di maniera, o di un Gesù-tra-i-piccoli, o di certi Cuori-di-Gesù trapassati di spine, eccetera.
Preferisco il volto sorridente e b u o n o di papa Francesco, così come quello di tanti altri, comprese ignorate semplici persone, le quali sanno sorridere ed avere parole attinte alla Fonte misteriosa nascosta nell’intimo del loro cuore. Faccio di papa Francesco soltanto il loro paradigma, così come emerge dall’immagine che lo ritrae quando cammina festoso, accompagnato di ragazzini con in mano palloncini colorati.
Mi resta un dubbio: se sono convinta che la vera figura di Gesù è, come recita Paolo nella seconda lettura, immagine del Dio invisibile; se sono altrettanto convinta che sarà forse impossibile liberarsi dell’alone mitico del quale tale immagine viene avvolta e tradita nel mondo religioso e laico, perché lavoro tanto alacremente a smontare ciò che è stato montato?
Ebbene: non è su questo lavoro che conto, bensì sulla mia testarda voglia di scegliermi amici, dotti ed indotti, con i quali condividere i miei ‘crucci religiosi’ e i miei barlumi di speranza. Tra questi amici annovero il primo Francesco (di Assisi), e assieme a lui non mi stanco di ripetere: mio Dio, mio tutto.


Vedo che parecchie persone di questa lista non sanno utilizzare il blog per apporre commenti personali: basterebbe cliccare alla voce commenti e inserire il proprio nome o pseudonimo alla voce nome o URL. (Se non riuscite tutto come al solito).

venerdì 15 novembre 2013

XXXIII DOMENICA T.O. anno C

17 novembre 2013 XXXIII DOMENICA T.O. anno C
Malachìa 3, 19-20°
Ecco: sta per venire il giorno rovente come un forno.
Allora tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia; quel giorno, venendo, li brucerà –dice il Signore degli eserciti– fino a non lasciar loro né radice né germoglio. Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia.
2Tessalonicesi 3, 7-12
Fratelli, sapete in che modo dovete prenderci a modello: noi infatti non siamo rimasti oziosi in mezzo a voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di voi. Non che non ne avessimo diritto, ma per darci a voi come modello da imitare. E infatti quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuole lavorare, neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni fra voi vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione. A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità.
Luca 21, 5-19
In quel tempo, 5 mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, disse: 6 Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta. 7 Gli domandarono: “Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?” 8 Rispose: Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! 9 Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine. 10 Poi diceva loro: Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, 11 e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. 12 Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. 13 Avrete allora occasione di dare testimonianza. 14 Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; 15 Io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. 16 Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; 17 sarete odiati da tutti a causa del mio nome. 18 Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. 19 Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita.
PREAMBOLO RIASSUNTIVO
Quasi al termine dell'anno liturgico, si conclude quello che potrebbe essere definito un ciclo di discorsi di Gesù sul tema fondamentale: il rapporto tra vita nel tempo e Vita oltre il tempo. Ha sempre accompagnato tali discorsi il tema della preghiera, che in questa domenica ha un appellativo nel termine perseveranza. E’ questa l’unico modo umano per trovare la bussola, l’orientamento di vita. Sullo sfondo le controversie causate da una mentalità difficile da cambiare perché aggrappata a comode certezze; e perciò le letture di oggi si colorano di diverse tonalità, da quello minaccioso che annunzia la perdizione a quello più rassicurante che invita ad optare per la salvezza totale [lo so, termini come salvezza e perdizione sono poco digeribili nell’età del linguaggio innovativo a tutti i costi].
a) Malachia (etimologicamente si tratta di un nome comune –mio messaggero-, che getta un primo sospetto sull’esistenza concreta della persona) è l’ultimo dei profeti minori. Sono vaghi i riferimenti biografici che ne collocherebbero l’esistenza al periodo di poco posteriore alla ricostruzione del tempio di Gerusalemme nel 520 a.C., avvenuta al ritorno dall’esilio babilonese. Eppure i sei brani del  testo che la tradizione ebraica ci ha lasciati, sono interessanti ed utili; denunziano lo svuotamento ritualistico del significato religioso del tempio e sollecitano l’attesa dell'incontro, che si realizzerà tramite un messaggero (Giovanni Battista? Così fa supporre l’odierno accorpamento liturgico della lettura di Malachia alle altre), destinato a discernere gli empi dai fedeli.
b) Paolo nel tratto che oggi leggiamo della seconda lettera ai Tessalonicesi si ferma a considerare un aspetto fondamentale dell’impegno missionario cristiano: la rinunzia ad ogni sorta di pur-dovuta rimunerazione, almeno a livello di sussistenza. Il radicalismo dei portatori della Parola ha bisogno di quella tangibilità che permetta a chi ascolta di cogliere in essi ogni assenza di interesse individuale: l’utopia deve rivestirsi di caratteri estremi, se vuole rompere la spessa coltre dell’appiattimento umano sui modi usuali del vivere e del pensare. Il biblista A. Casati sottolinea le due risposte di Paolo date a: 1) i super-fanatici del ‘ritorno del Signore’: Non abbiamo vissuto oziosamente fra voi, abbiamo lavorato con fatica e sforzo, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di voi; 2) i super-agitati: A questi ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace. La concretezza di questi due moniti è richiamo forte a ricavare insegnamenti di vita da quanto leggiamo.
c) Luca presenta Gesù che, in prossimità della Pasqua, si reca da pellegrino, come ogni pio giudeo, al Tempio di Gerusalemme. Alcuni parlano con ammirazione della sua straordinaria bellezza (anche perché in seguito alla ricostruzione avvenuta dopo l'esilio babilonese nel 515 a.C. è stato ampliato negli anni 20 a.C.-64 d.C).
Il conflitto tra Gesù e i suoi avversari è alle ultime battute, quando all’evangelista risulta chiaro che la sua comunità, ostinatamente chiusa nel suo sistema religioso, si pone dalla parte di coloro che rifiutano di farsi discepoli di uno che si presenta in forma umile, da sconfitto. 
Lungi dal parlare della fine del mondo e degli eventi che la precederanno, il riferimento è ad essi (eventi), in quanto occasione di martyria, testimonianza (v.13). E se degli sconosciuti e innominati ammirano le belle pietre (v.5) del tempio e i doni votivi che lo adornano, invece Gesù ne vede la fine prossima: le realizzazioni umane, siano pure le più sante e spirituali, sono caduche; perciò vanno viste come segni della venuta del Signore. Per rendersene conto e non cadere nell’inganno ci va discernimento: questo è il senso dell’invito di Gesù v.8 non seguiteli (invito-comando che corrisponde al seguitemi, usato nello stesso Luca in altri contesti).
Su questa piattaforma si innerva la raccomandazione fondamentale di resistere a perservare nelle prove. Come scrive Dietrich Bonhoeffer dal carcere di Tegel nel 1944: in tempi particolarmente duri e difficili dovremo resistere più che avanzare.
Luca, a differenza di Matteo e di Marco che la riservano ai discepoli nel monte degli ulivi, indirizza tale raccomandazione al popolo [oggi diremmo ‘a tutti’]. La comunità cristiana è la prima destinataria del messaggio di Gesù, ma sotto l’aspetto funzionale. Torna a proposito il passo famoso del trattatello anonimo noto come “Discorso a Diogneto”: I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio né per lingua né per costumi... Abitano nella propria patria, ma come pellegrini; partecipano alla vita pubblica come cittadini, ma da tutto sono distaccati come stranieri; ogni nazione è la loro patria e ogni patria è una nazione straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non espongono i loro nati. Hanno in comune la mensa, ma non il letto. Vivono nella carne, ma non secondo la carne. Dimorano sulla terra, ma sono cittadini del cielo. Obbediscono alle leggi vigenti, ma con la loro vita superano le leggi...
SCARNA ANALISI DEL TESTO DI LUCA
5 Mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, disse:
Gesù si trova ancora nel tempio, dove si sono svolte le dispute con i diversi partiti giudaici (vedi cap. 20), e risponde a qualcuno che di mezzo al popolo ammira la bellezza della costruzione e dei doni votivi. 
6 Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta. 
Si potrebbe trattare di un detto isolato, utilizzato per introdurre il discorso successivo. La sua formulazione ripete quella dello stesso Luca in 19,44, dove però parla della distruzione di Gerusalemme. L'espressione non sarà lasciata pietra su pietra, insolita e suggestiva, ricorda il modo usuale del parlare di Gesù. Certamente Luca la può utilizzare quando l’evento è stato confermato storicamente: siamo di fronte, non ad una profezia, bensì ad una occasione attraverso la quale introdurre il discorso di carattere escatologico. 
7 Gli domandarono: "Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?". 
Ecco la richiesta di un segno, anziché di una profezia di carattere apocalittico. Luca usa il verbo ginestai, accadere, a differenza di Marco che usa il termine syntelesthai, che significa il compiersi della fine del mondo.
8 Rispose: Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: "Sono io", e: "Il tempo è vicino". Non andate dietro a loro! 
Il Sono io, posto in bocca ai falsi profeti, richiama le immagini errate dell’idolatria, che riducono Dio ad un oggetto da manipolare, ad un dio-tappabuchi (secondo l’immagine usata da Bonhöffer), ad un dio-medusa, che cambia secondo la volontà umana. E’ notevole la differenza tra l’Io sono dei falsi profeti e l’Io sono rivelato ad Abramo, Isacco, Giacobbe, o della preghiera di Mosè in Esodo: Mostrami il tuo volto, o Signore; o del Dio di Osea, 11,1.3-4, che corre incontro al suo popolo e si prende cura di esso, inchinandosi per sollevarlo.
L'affermazione il tempo è vicino rende evidente il riferimento alla comunità cristiana, la quale immaginava imminente il giorno finale. 
9 Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine.
Luca inserisce una prospettiva storica attraverso l'utilizzo di espressioni temporali: prima e non la fine (sulla quale, invece, si sofferma Marco).
10 Poi diceva loro: Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno,
11 e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. 
Luca fa una distinzione tra i fatti storici e politici ricorrenti e i segni naturali e cosmici che preludono la parusia.
12 Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome.
Il prima di tutto questo è ancora un richiamo al tempo presente: le persecuzioni da parte sia dei Giudei sia dei pagani, non sono segni premonitori della fine dei tempi; appartengono alla storia di tutti i tempi (della chiesa; ma fa capolino ogni tipo di società). Va notato che la persecuzione è tipica della sequela: a causa del mio nome.
13 Avrete allora occasione di dare testimonianza. 
Si avverte la preoccupazione di Luca di voler infondere fiducia alla sua comunità (manca infatti il severo avvertimento di Mc 13,9). 
14 Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa;
Nella raccomandazione non si cita lo Spirito Santo; ma del resto per Luca non è il Risorto a donare lo Spirito (Lc 24,48ss.; At 2,33).
15 io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Luca dà ai suoi un avvertimento: la diffusione del vangelo avviene sì in modo irresistibile, ma attraverso la tribolazione (negli Atti invece sono riprodotti accaduti nei quali la promessa diviene realtà). L’invito a non difendersi sottolinea la necessità della testimonianza.
16 Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi;
17 sarete odiati da tutti a causa del mio nome.
Stupiscono i termini pessimisti: l’avvertimento vuole essere severo.
18 Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. 
Ecco un proverbio, usato da Luca anche altrove, conosciuto anche nell'AT; ma non è chiaro il suo legame con il contesto, il quale è in linea con il carattere esortativo e incoraggiante di tutto il testo. 
19 Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita. 
Per capire il senso della frase bisogna risalire a ben sette secoli prima, quando Sennacherib, il temibile re di Assiria, dopo aver devastato ben 46 città, cinse d’assedio Gerusalemme; ebbene, quando si pensava che ormai il giorno dopo per loro sarebbe stato la fine, la notte portò una grande sorpresa: al mattino non c’erano più gli occupanti; Sennacherib aveva tolto le tende.
GUARDANDO ALL’OGGI
Uso una citazione (fresca di conio) di P.Curtaz perché, sia pure con mie parole, avrei usato gli stessi suoi toni descrittivi sulla situazione attuale (nel ritratto della quale manca un cenno al disastro naturale avvenuto nelle Filippine e dintorni).
Nell’ultima parte della citazione non posso fare a meno di aggiungere una nota in cui esprimo la ma diversità.
Le vicende del mondo inquietano, un poco rimpiango la beata ignoranza dei tempi che furono e il rassegnato fatalismo di chi, ad esempio, riceveva a mezzo posta la notizia di dover andare a morire sul Carso per una guerra pensata da qualche genio della politica e cultore del nazionalismo. 
Oggi, invece, se sei proprio sadico ti inviano le notizie anche sul cellulare: l'Afghanistan è in fiamme, la situazione in Iraq è una catastrofe, l'economia ristagna, la politica fa fuggire a gambe levate le persone normali, il tasso di litigiosità delle persone è astronomico. Il piccolo villaggio globale ormai incide anche sulla pelle del singolo cittadino: gli amici del Veneto sono stati invasi dall'acqua, quelli di Napoli dalla monnezza, la stragrande maggioranza dei miei coetanei non ha un lavoro degno di questo nome e vorrebbero imbracciare un fucile se solo sapessero a chi sparare... Per non parlare delle vicende personali. Ricevo decine di mail ogni giorno. Rispondo a tutti, in maniera insufficiente, vi chiedo scusa, ma tutti porto nella mia povera preghiera di credente. E allora divento una discarica: affido al Signore Gianni che ha perso la splendida moglie e resta con tre figli da crescere, l'ansia di G. e M. per il loro figlio con una malattia che nessuno riesce a diagnosticare, lo scoraggiamento di G., grande artista, che vede il suo figlio adottivo, ormai adulto, completamente folle. 
Chi vive con un minimo di consapevolezza e magari si sta convertendo (non tutto di colpo che ha delle pesanti controindicazioni!), dopo anni passati a combattere per il Vangelo, è ancora più stordito. Le cose non vanno nella Chiesa: lentezze, rigidità, incoerenze dei cristiani, la tragedia della pedofilia, il triste ritorno al neoclericalismo e l'afasia dei vescovi. E lo sport che d'ogni tanto emerge della caccia al cattolico, sempre più violento (noi prestiamo molto il fianco!) ripercorrendo i buoni vecchi stereotipi della Chiesa reazionaria e cloro-al.clero e il potere del Vaticano (e basta!).
Ad un tratto la descrizione prende un’altra piega (nella quale non manca qualche giravolta):
E se la vita fosse davvero un coacervo inestricabile di luce e di tenebre che mastica e tritura ogni emozione e ogni sogno? E se Dio - tenero! - avesse esagerato con l'idea della libertà degli uomini e del fatto che l'uomo può farcela da solo? 
No, dice Gesù, state sereni. Non sono questi i segni della fine, come qualche predicatore insiste nel dire. Non sono questi i segnali di un mondo che precipita nel caos….
Lo dico ufficialmente… preferisco crogiolarmi nelle mie vere o presunte disgrazie, preferisco lamentarmi di tutto e di tutti, vivere nella rabbia cronica. Preferisco cento volte lamentarmi del mondo brutto sporco e cattivo ed eventualmente costruirmi una piccola setta cattolica molto devota in cui ci troviamo bene (almeno all'inizio poi, è statistico, facciamo come il mondo cattivo!). Preferisco fare a modo mio, accipicchia! 
Ma se proprio devo fare come vuoi tu, Signore, allora libera il mio cuore dal peso del peccato, dall'incoerenza profonda, dalla tendenza all'autolesionismo che mi contraddistingue e rendimi libero, in attesa del tuo Regno.
Troppo facile passare dal pessimismo più nero all’ottimismo attraverso una riflessione, accompagnata da una preghiera.
Io, che prego all’incirca come l’autore citato, non ottengo lo stesso risultato magico.
La mia preghiera resta puro gemito, e non per le mie sofferenze e per i miei limiti, ma per le sofferenze che alcune persone mi fanno palpare DA VICINO. Queste rivelano soltanto rabbia perché toccate da un punto di vista esistenziale durissimo, disperante.
Dopo tutto i ‘pastori d’anima’ sono al sicuro anche quando scelgono ‘uno stile di povertà’; il loro status fa da scudo, a differenza di quello dei poveri che hanno unicamente, quando ce l’hanno, il diritto di arrabbiarsi o mugugnare.
Io preferisco essere contagiata da questi, e reagire come Giobbe, forse insultando Dio.
C’è di più: mi accorgo che lo stesso mio perseverare nella preghiera, sia pur rabbiosa, è qualcosa di non-mio: l’ho acquisito nella formazione religiosa della quale mi hanno rivestita. Perciò cerco l’unica cosa vera e concreta: il contatto con gli arrabbiati, di cui sopra.
Ed è già tanto che Dio non mi fulmini.

venerdì 8 novembre 2013

10.11.2013 XXXII DOMENICA T.O. anno C
2 Mac 7, 1-2. 9-14
In quei giorni, ci fu il caso di sette fratelli che, presi insieme alla loro madre, furono costretti dal re, a forza di flagelli e nerbate, a cibarsi di carni suine proibite. Uno di loro, facendosi interprete di tutti, disse: «Che cosa cerchi o vuoi sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi dei padri». [E il secondo,] giunto all’ultimo respiro, disse: «Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re dell’universo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna». Dopo costui fu torturato il terzo, che alla loro richiesta mise fuori prontamente la lingua e stese con coraggio le mani, dicendo dignitosamente: «Dal Cielo ho queste membra e per le sue leggi le disprezzo, perché da lui spero di riaverle di nuovo». Lo stesso re e i suoi dignitari rimasero colpiti dalla fierezza di questo giovane, che non teneva in nessun conto le torture. Fatto morire anche questo, si misero a straziare il quarto con gli stessi tormenti. Ridotto in fin di vita, egli diceva: «È preferibile morire per mano degli uomini, quando da Dio si ha la speranza di essere da lui di nuovo risuscitati; ma per te non ci sarà davvero risurrezione per la vita».
2Ts 2,16-3,5
Fratelli, lo stesso Signore nostro Gesù Cristo e Dio, Padre nostro, che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza, conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene. Per il resto, fratelli, pregate per noi, perché la parola del Signore corra e sia glorificata, come lo è anche tra voi, e veniamo liberati dagli uomini corrotti e malvagi. La fede infatti non è di tutti. Ma il Signore è fedele: egli vi confermerà e vi custodirà dal Maligno. Riguardo a voi, abbiamo questa fiducia nel Signore: che quanto noi vi ordiniamo già lo facciate e continuerete a farlo. Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio e alla pazienza di Cristo.
Luca 20, 27-38
In quel tempo, 27 si avvicinarono a Gesù alcuni sadducei –i quali dicono che non c’è risurrezione– e gli posero questa domanda: 28 “Maestro, Mosè ci ha prescritto: se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. 29 C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. 30 Allora la prese il secondo 31 e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. 32 Da ultimo morì anche la donna. 33 La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie”. 34 Gesù rispose loro: I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; 35 ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: 36 infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. 37 Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. 38 Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui.

Elaborazione del materiale fornito dagli esegeti
nonché appassionata meditazione personale
INTRODUZIONE-COMPENDIO
Il vangelo di questa domenica propone la controversia tra Gesù e i sadducei, i quali lo interrogano sulla resurrezione dei morti; tema presente anche nelle prime due letture.
Nel I secolo dell’era cristiana I sadducei (termine derivato dal nome di Sadoc, sommo sacerdote al tempo di Salomone), rappresentavano la casta sacerdotale privilegiata, anche se molti di essi non vi appartenevano in quanto poveri. In seno al giudaismo erano i portavoce delle grandi famiglie ricche, che custodivano ed amministravano il tesoro del Tempio, traendo profitto personale dai generosi doni dei pellegrini e dal ricavato dei sacrifici.
a) I lettura. Nel secondo libro di Maccabei c’è la piattaforma su cui si articola il tema della resurrezione (di cui parleremo più sotto).
b) II lettura. Paolo nella seconda lettera ai Tessalonicesi, delucida il tema in forma augurale: Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio e alla pazienza di Cristo. Così dicendo, segnala in Cristo il prototipo della resurrezione per aver realizzato l’amore per Dio nella pazienza, cioè addossando nella sua carne il dolore universale.
c) Il vangelo di Luca presenta Gesù nell’atto di rispondere ai Sadducei, ricordando loro che la resurrezione è stata attestata nella Torah attraverso Abramo, Isacco e Giacobbe, ormai viventi in Dio; da qui la conclusione: v.38 Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui. Con quest’ultima affermazione richiama la sua comunità (e tutti) all’oggi, e alle motivazioni del vivere di oggi. Infatti spetta a ciascuno, credente o non, trovare uno sbocco al bisogno umano di interrogarsi sulla morte e sul suo rapporto con la vita.
I MACCABEI E IL LEVIRATO
I sadducei, per impostare la loro argomentazione, si ispirano alla legge del levirato. Questo termine, usato nella traduzione biblica dei LXX, deriva dalla parola latina levir, che significa cognato.
Un'antica usanza praticata dagli ebrei (ma anche dagli arabi e dagli antichi indiani, presso i quali era conosciuta come niyoga), prescriveva che, se un uomo sposato moriva senza figli, suo fratello o il suo parente prossimo doveva sposare la vedova, sicché il loro figlio primogenito fosse considerato legalmente figlio del defunto. Questa usanza era stata assunta dalla Bibbia nel Deuteronomio (25,5-10).
Rifacendosi a questa tradizione codificata come legge, i sadducei creano ad arte il caso grottesco di sette fratelli, chiamati Maccabei (=martellatori), i quali muoiono senza lasciare figli, dopo avere sposato in successione la stessa donna. L’episodio risalirebbe al II secolo a.C., quando fu sferrata la ribellione contro Antioco IV Epifane ed ebbe inizio la dinastia che in seguito regnò sulla Giudea.
Desta stupore il fatto che il 1° agosto il martirologio cattolico annoveri tra i santi i sette fratelli Maccabei assieme alla loro madre, in quanto avevano affrontato eroicamente le torture e l’uccisione da parte del re Antioco Epifane. Eppure oggi sappiamo che il riferimento ai Maccabei ricalca un apocrifo e, d’altra parte, i libri liturgici non ne fanno menzione.
Fu la tradizione comune delle Chiese d'Oriente e d'Occidente ad arricchire di elementi descrittivi e a creare il culto per essi, anche per via di presunte reliquie, venerate tuttora a Roma in S. Pietro in Vincoli.
Attenzione: non è ragionevole escludere che, sia dall’episodio del vangelo sia dal suo riferimento a fatti leggendari, si possano ricavare insegnamenti e stimoli a riflettere sul dilemma 'FINE O CONTINUITÀ DELLA VITA OLTRE LA MORTE': l’argomento tocca alla radice il bisogno umano di rispondere ad interrogativi ineliminabili.  
LE ARGOMENTAZIONI
a) L’argomentazione dei Sadducei
Se sulla base del legame di sangue si riteneva di acquisire il diritto all’eredità come mezzo per dare continuità alla propria stirpe, non è contraddittorio ritenere che il defunto debba continuare a vivere lui in persona, oltre la sua morte? Infatti è questo il senso della loro domanda a Gesù: v.33 La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie.
b) La contro-argomentazione di Gesù
Con riferimento implicito alla benedizione di Dio sulla coppia, quale risulta in Gen 1,28, l’uso della sessualità come mezzo di generazione appartiene alla condizione terrestre degli esseri umani. Ma la vita eterna è garantita, non dalla procreazione, bensì dalla potenza di Dio, il quale assicura la continuazione della vita in quanto inserita, dopo la morte, nella sua stessa vita; allora tutti saranno resi v.36 uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Infatti questa è la conclusione: v.38 Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui. L’uso del verbo al tempo presente è significativo: Dio è il Vivente assoluto. Aderendo a Lui, si vive la resurrezione già qui ed ora.
PUNTUALIZZAZIONI
La risposta di Gesù segue due vie:
a) Non accetta che lo stato dell’uomo risorto sia una copia di quello presente. La procreazione è necessaria in questo mondo, perché il creato prenda sempre più coscienza, attraverso la propagazione della specie umana, delle immense possibilità che reca in sé; pur con nome e cognome, quelli che devono costruire il regno di Dio, sono tutt’altro che tenuti ad assicurare la continuità della specie umana mediante la procreazione; non è male, anzi è bene, assicurare la continuità della specie attraverso la procreazione, ma dopo la morte i rapporti umani saranno elevati a un piano diverso, proprio degli angeli; i quali sono esseri, non extraterrestri, bensì umani viventi in una condizione nuova, impossibile da inquadrare nelle coordinate del tempo e dello spazio.
b) Fondando il fatto della risurrezione dei morti sugli scritti stessi di Mosè, per Gesù non ha senso una religione di morti (i primi cristiani erano accusati dalla società romana di essere atei perché non professavano una religione basata sul culto dei morti, su sacrifici espiatori, su idoli inanimati). Quello che Gesù (o meglio Luca mettendo in scena Gesù) vuole sottolineare è che in ogni caso il Dio da lui rivelato è Dio di vita, cioè vincolato alla vita, non alla morte: la morte non è il limite ma la manifestazione e il compimento del dono della Vita.
E’ da tener presente che è pura teologia parlare di vita-senza-fine, in continuità con la terrena, resa esente da limitazioni proprie di questa vita, come quelle derivate dalla condizione coniugale e familiare. Quindi  su tale teologia avrà avuto molta influenza l’elaborazione condotta dalla comunità di Luca.
Merita attenzione quanto si afferma nei v.34, 35, 36: I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli. Da qui prende avvio un lungo deragliamento interpretativo (di cui ci offre pretesto lo stesso Luca) verso la celebrazione ideologica del valore del celibato, con la conseguente minore valorizzazione dell’amore umano.
Ciò non può meravigliare, ma si deve correggere.
E qui aggiungo una chiosa personale: la storia universale e l’antropologia testimoniano che il celibato ha una validità intrinseca all’essere umano, in quanto insoddisfatto di ogni appagamento terreno e proteso verso ciò che trascende il sensibile. Il celibato non è invenzione ecclesiastica, con connotazioni di carattere maschilistico.
Basterebbe guardare ad esempi tratti da ogni dove e da ogni tempo, dentro e fuori delle religioni e delle relative formazioni culturali. Lo testimonia soprattutto il fascino del mistero che si pretende di vedere incarnato in qualche personaggio attraverso il quale rafforzare la propria debole identità (ultima vittima di questa pretesa è papa Francesco che molti vogliono idealizzare, deturpando la verità del suo essere).
CITAZIONI  riportate in ordine sparso
Sollecitano a trovare una via personale di fronte al dolore e alla morte
Giobbe: Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremo accettare il male?
M. Eckhart: nulla sa più di fiele del soffrire, nulla sa più di miele dell'aver sofferto; nulla di fronte agli uomini sfigura il corpo più della sofferenza, ma nulla di fronte a Dio abbellisce l'anima più dell'aver sofferto.
B. Pascal: Valutiamo il guadagno e la perdita [nel credere o non credere all’esistenza di Dio] … Esaminiamo questi due casi: se guadagnate, guadagnate tutto; se perdete, non perdete nulla. Scommettete dunque che egli esiste, senza esitare.
F. Dostoievski: Se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l'armonia eterna, che c'entrano i bambini? È del tutto incomprensibile il motivo per cui dovrebbero soffrire anche loro e perché tocchi pure a loro comprare l'armonia con la sofferenza. * Sarà possibile che mi spenga e che la mia gioia si trasformi in niente? Se Dio esiste, anch'io sono immortale.
D, Bonhoeffer: chi non lavora alle cose penultime (terrene) come se fossero le ultime, non sarà allenato e pronto a vivere quelle ultime (eterne). Se il mondo con i suoi affetti è mondo penultimo, abbiamo tuttavia già qualcosa di ultimo, su cui radicare saldamente e in tutta sicurezza ogni nostro desiderio di bene.
D. M. Turoldo: Dio, per te non esiste la morte, / noi non andiamo a morte per sempre, / il tuo mistero trapassa la terra, / non lascia il vento dormire la polvere.
G. Büchner: Perché soffro? Questa è la roccia dell'ateismo..
J. Cotureau: Preferisco negarlo piuttosto che addossargli la responsabilità del male.
S. Bellow: La sofferenza è forse l'unico mezzo per rompere il sonno dello spirito.
A. Camus: C'è un solo problema importante per la filosofia, il suicidio. Decidere, cioè, se metta conto di vivere o no.
F. Kafka: Tutte le sofferenze che sono attorno a noi dobbiamo patirle anche noi.
G. D'Annunzio: So che le cause del mio male sono nell'oscurità del mio spirito che a poco a poco io rischiaro guarendomi.
P. Claudel: Dio non è venuto a spiegare la sofferenza, è venuto a riempirla della sua presenza.
EPILOGO PERSONALE
Rileggendo le citazioni mi fermo su alcuni passaggi:
1) L’EQUIVOCO: in forma argomentativa, o poetica, o sofferta, o di preghiera, si tende a confrontare la vita-che-continua con la vita biologica temporale. L’equivoco cessa se si pensa la vita eterna NEL tempo. In fondo aveva ragione Platone: il tempo è l’immagine mobile dell’eternità [cioè il tempo non ha una sua realtà].
2) LO SMARRIMENTO: l’enigma della vita può indurre a scommettere su Dio, come B. Pascal. Bene hanno intuito il senso del suo messaggio lettori forse non sempre qualificati. In questo anno della fede, un sondaggio sul suo libro, Pensieri, lo fa risultare, ad oggi, vincente, perché il più venduto.
3) IL VUOTO DI AMORE può farsi SPAZIO DI DIO.
4) LA PAROLA CHIAVE forse si trova in Paolo (seconda lettura): pazienza di Cristo.

E’ la parola che può aver ragione delle debolezze umane, soprattutto della solitudine esistenziale: attraverso l’inatteso di una parola, un gesto, un sorriso, due braccia di sostegno, un atto di pietà che umilia e solleva.