venerdì 1 marzo 2013

III Domenica di Quaresima


La pazienza esigente di dio
3 marzo 2013 III DOMENICA DI QUARESIMA T.O. Anno C
Esodo 3, 1-8a.13-15; 1Corinzi 10, 1-6.10-12
Luca 13, 1-9
1 In quello stesso tempo, si presentarono alcuni a riferirgli il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. 2 Prendendo la parola, Gesù disse loro: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? 3 No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. 4 O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? 5 No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. 6 Diceva anche questa parabola: “Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. 7 Allora disse al vignaiolo: ‘Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?’. 8 Ma quello gli rispose: ‘Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. 9 Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai’ ”.
GESU’ IL CRISTO
Il racconto evangelico di oggi, dopo quello delle tentazioni e quello della trasfigurazione, presenta un Gesù, già consapevole dell’investitura messianica, nell’atto di commentare un accaduto, in risposta al quesito posto da chi voleva metterlo in imbarazzo. Si determina un interessante contraddittorio, in cui si apre il ventaglio dei temi più sofferti e più dibattuti in tutti i tempi e luoghi.
Dato l’approssimarsi della realizzazione del suo compito messianico, Gesù, poco prima della sua passione, morte e risurrezione, compie un atto di consegna ai suoi del nucleo fondamentale dell’Annuncio predicato e consumato nella vita, perché lo trasmettano alle nuove generazioni, in continuità con analoghi gesti presenti nell’Antica Alleanza.
Il passo evangelico
La prima lettura che offre la liturgia odierna prepara l’ascoltatore della Parola a riconoscere l’investitura messianica di Gesù attraverso l’analoga investitura di Mosè, condotta nello scenario suggestivo di un roveto ardente che non si consuma, mentre Dio si rivela testimoniando il suo ESSERE PRESENTE nella storia, pur nell’assenza tangibile. L’Essere è raffigurato della fiamma che non brucia l’oggetto che investe, e cioè il popolo immerso nelle sofferenze, raffigurato dal roveto.
Il Vangelo racconta di alcuni che riferiscono a Gesù un ben noto, atroce episodio di cronaca: l’eccidio ordinato da Pilato per sterminare un gruppo di ribelli galilei. Si vorrebbe che Gesù prendesse una posizione di condanna nei riguardi dell’iniquità del potere e della sua violenza; ma Egli non cade in questa trappola, anzi ne fa l’occasione per introdurre i suoi nella logica divina, ben diversa da quella umana.
Contro la lettura del male che attraversa la storia di sempre e che pretende da Dio la punizione dei cattivi, la narrazione evangelica riprende la linea profetica vetero-testamentaria, volta ad evidenziare la vera alternativa proposta da Dio. Non si tratta di trasferire l’asse del giudizio sui fatti da una visione tolemaica della storia del male a quella eliocentrica di un Dio garante della giustizia. La soluzione all’enigma del binomio - eterna pazienza divina e libera scelta umana - non è nel nel sovrapporre l’eterno alla temporalità, schiacciandola, ma nella loro coniugazione: la pazienza divina non può transigere con un uso irresponsabile della libertà; detto in altri termini, Dio gioca il suo ruolo nel binomio eterno-tempo, ma non in maniera conciliante, bensì attraverso un forte richiamo al coinvolgimento umano.
oggi come ieri
L’essere umano così ansioso di libertà, si accanisce contro il Dio che lo chiama in causa. Preferisce restare nell’orizzonte ristretto di una libertà senza impegno nella quale la stessa naufraga. E perciò resta impigliato nelle alternative, espresse in forma lapidaria del filosofo greco Epicuro:  “Se Dio vuol togliere il male e non può, allora è impotente. Se può e non vuole, allora è ostile nei nostri confronti. Se vuole e può, perché allora esiste il male e non viene eliminato da lui?”. Chi è rinunciatario, non chiamando in causa se stesso, si dibatte nell’ambiguità di ogni soluzione, pretendendo una risposta definitiva che la storia non potrà mai dare.
La proposta divina, perenne nella storia perché iscritta nel profondo del cuore umano, va rintracciata, lungo i tortuosi sentieri del cammino di liberazione umana, in ogni filone culturale profetico e mistico. Ha un nome: il sentire in grande di Diomakrothymía-. Come quello sotteso sotteso nel termine ‘COMPASSIONE’, cardine del buddismo, o ‘PIETAS’, di cui canta la cultura classica greca e latina, o ‘PAZIENZA ESIGENTE’ del Dio biblico, sia nella Scrittura Antica: Ez 18,32 Non voglio la morte di chi muore, ma che si converta e viva, e in Gl 2,13b Ritornate al Signore vostro Dio perché è misericordioso e buono, paziente e colmo di compassione e tardo all'ira, sia nella Nuova: Lc v.3 Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.
Un passo evangelico, quello di oggi, molto denso e tutto da ‘ruminare’: distante le mille miglia dal subito e veloce della società odierna, incapace di usare con coraggio la libertà, preferendo la schiavitù più insidiosa: il cedimento al fascinoso invito delle sirene a non compiere l’esodo verso la patria, simbolo di una dimora meno lacerata dalla precarietà.

Puoi collaborare a creare le condizioni perché questo difficile lavoro di sintesi esegetica sia più comprensibile per te e per gli altri, esprimendo il tuo parere in questo stesso blog , o attraverso una mail .

venerdì 22 febbraio 2013

II domenica di quaresima


La trasfigurazione
24 febbraio 2013 II DOMENICA DI QUARESIMA Anno C
Genesi 15, 5-12.17-18; Filippesi 3, 17-4,1
Luca 9, 28-36
In quel tempo, 28 circa otto giorni dopo questi discorsi Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. 29 Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. 30 Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, 31 apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. 32 Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. 33 Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: “Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”.  Egli non sapeva quello che diceva. 34 Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. 35 E dalla nube uscì una voce, che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”. 36 Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.
Sintetica Ri-lettura del testo
Nella prossimità della Pasqua il passo evangelico di oggi ci trasporta dal deserto in montagna, in un conteso di preghiera.
Si apre uno scenario in cui Gesù è colpito da una presenza teofanica, che lo ricopre di aspetti numinosi; ed i primi tre tra i suoi seguaci compaiono in qualità di spettatori, prima sonnolenti, poi affascinati.
Una provvida nube spazza via ogni spettacolarità. Resta una voce senza volto ad annunziare l’investitura di Gesù (la seconda dopo il battesimo al Giordano) al compito messianico, sulla linea delle grandi investiture bibliche. 
Indubbiamente il ricordo serbato nella mente e nel cuore dei tre testimoni si è caricato del significato elaborato in seno alle prime chiese cristiane attraverso la tradizione orale. La teofania è stata raccontata come cristofania, anziché come teofania, rivelazione del disegno del Padre.
Eppure non si cancella nei testimoni l’eco del primo vivo storico ricordo di un evento che richiama, non ad una manifestazione gloriosa di Cristo, ma ad una manifestazione del Padre che è nei cieli. La loro perplessità - non riferirono a nessuno ciò che avevano visto – è l’elemento chiave per inserire il racconto della scena oltre la scena stessa; nonostante il persistente abbaglio umano di fronte al numinoso.
Ieri, come oggi, Il Dio nascosto negli eventi, si manifesta unicamente nell’intimo di chi adora, ascoltandolo, il Mistero. E forse è anche il caso di avere compassione per le inevitabili costruzioni temporali, che sempre si sovrappongono alla Verità.
singole espressioni testuali
Lc.9,28 - circa otto giorni dopo questi discorsi Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare - Il numero otto allude al giorno dopo la creazione, per dire che si tratta della fine, quando si realizzerà il raggiungimento della terra promessa inaugurata con la risurrrezione (Matteo 17,1 e Marco 9,2 parlano di “sei” giorni, riferendosi soltanto alla creazione dell’uomo). Il monte sul piano psicologico avvicina l’uomo a Dio in quanto adatto alla preghiera.
Lc 9,29 - Mentre pregava, il suo volto cambiò l’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante - Il cambiamento esterno che si produce nell’aspetto di Gesù non ha la funzione di anticipare la sua futura gloria di risuscitato: interpretato così, darebbe ragione ai discepoli: lo dicevamo che doveva trionfare! Al contrario Luca cerca di evitare nei suoi lettori gli equivoci propri delle metamorfosi divine (di cui, ad esempio, parla Ovidio).
Lc 9,30 Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia – La solenne chiamata di Gesù per Luca non può non collegarsi a quella di Mosè che nell’Esodo è descritto col volto risplendente grazie alla comunicazione con Dio; e a quella di Elia che rappresenta il filone profetico. I due personaggi conversano con Cristo in quanto dovrà essere lui, secondo la lettura delle prime chiese cristiane, a completare l’esodo fuori dall’istituzione ebraica.
Lc. 9,33 Pietro disse a Gesù: Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per EliaPietro [ma di fatto ai tempi della visione era chiamato Simone] si rivolge a Gesù con un termine che in Luca è epistáta, vocativo di epistátes, nel quale al concetto di maestro si intreccia quello del primato (di Cristo). Lo schema-base è: Mosè ed Elia rappresentano la Legge e i Profeti, e Cristo vi si ricollega, ma rivestito di un’aureola, che ne dimostra il superamento.
C’era una festa in Israele, talmente importante che non aveva bisogno di essere nominata; era chiamata semplicemente la festa, a ricordo della liberazione dalla schiavitù egiziana (e per una settimana, si viveva sotto delle capanne, indice di precarietà).
Lc 9,34 Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura - La nube, simbolo della presenza divina, avvolge, assieme a Gesù, i tre: ma in questi prevale lo spavento: non sanno superare la barriera (umanissima) tra un Cristo introdotto nella gloria ed un Cristo che incarna e trasmettere un messaggio di umanità redenta attraverso la croce.
Lc 35 E dalla nube uscì una voce, che diceva: Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo! - Luca (9,35) tratteggia il significato dei termini in cui la voce esprime l’elezione divina nei riguardi di Gesù. Eppure nell’invito ad ascoltarlo, più che ad esaltarlo, risuona lo stesso invito già rivolto al popolo giudaico già in Deuteronomio (18,15.19): Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto… Se qualcuno non ascolterà le parole, che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto.
Lc 9, 36 Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto - Svanita la visione, Gesù resta solo: accetta, sceglie, la via del non-potere (non a caso il contesto nel quale Luca iscrive la trasfigurazione è l'atteggia­mento della preghiera). I testimoni presenteranno l’episodio solo tardi, elaborato, così come è giunto a noi.

venerdì 15 febbraio 2013

Le 'tentazioni' di Gesù


Le “tentazioni” di Gesù
17 febbraio 2013 I DOMENICA DI QUARESIMA Anno C
Deuteronomio 26, 4-10; Romani 10, 8-13
Luca 4, 1-13
In quel tempo, 1 Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo spirito nel deserto, 2 per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. 3 Allora il diavolo gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane”. 3 Allora il diavolo gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane” 5 Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra 6 e gli disse: “Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. 7 Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo” . 8 Gesù gli rispose: “Sta scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto” . 9 Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; 10 sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano; 11 e anche: Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”. 12 Gesù gli rispose: “È stato detto: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”. 13 Dopo avere esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.
sulla traccia di autorevoli esegeti
Abituati come siamo a leggere le scene del Vangelo come chi legge una storia o un racconto che intriga, siamo praticamente incapaci di interpretare correttamente determinate scene; e quella delle tentazioni di Gesù è una delle più eloquenti. L’interpretazione letterale ha introdotto una serie di categorie che si addicono perfettamente alla fantascienza; generalizzando, si può affermare che ci si comporta con il Vangelo come un ignorante che volesse interpretare alla lettera i geroglifici egiziani. * Luca usa il linguaggio dei simboli per esprimere realtà che difficilmente potrebbero essere descritte altrimenti. E’ doveroso a) non immobilizzare tali simboli nella griglia di un realismo dannosamente ingenuo che ridurrebbe la figura di Gesù a quella di un santone taumaturgico, b) non appiattirne la ricchezza semantica con un freddo razionalismo che li svuoterebbe del senso di ulteriorità, senza il quale l’umanità sarebbe ben povera. * Nel caso del Vangelo di oggi, è fuorviante mettere in dubbio il riferimento ad una precisa esperienza di Gesù, testimoniata anche dal semplice fatto che difficilmente la comunità cristiana delle origini sarebbe stata in grado di inventare l’impianto del racconto. Non è improbabile che Cristo sia stato interiormente tentato – e non attraverso un solo episodio - a scegliere vie alternative alla missione indicatagli dal Pa­dre. Detto in altri termini, Gesù stesso avrebbe potuto confidare la sua esperienza ai più vicini tra i seguaci. E proprio questi ne saranno trasmettitori, impostando, alla maniera semitica, una sceneggiatura in tre at­ti emblematici, non senza il ricorso ad una sorta di controversia scritturistica, in cui satana si traveste quasi da esegeta rabbini­co (e ciò nulla toglie alla base della cosiddetta tentazione). * Il nocciolo della narrazione verte sulla subdola sfida del diavolo, che spinge Cristo a fare a meno dei limiti, che sono segni della creaturalità, ma che Gesù pone sotto lo sguardo di Dio con atteggiamento adorante, espresso dalla genuflessione (così come farà lui stesso, a dire di Giovanni, quando lava i piedi ai discepoli).
Analisi di alcuni versetti
v.2 Per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame - I quaranta giorni della durata delle tentazioni (che è quella di una generazione) riducono a scala individuale i quarant’anni che, secondo il racconto dell’Esodo, il popolo trascorse nel deserto: rappresentano il tempo dell’attività di Gesù. Il Non mangiò nulla non si riferisce al digiuno religioso; e la fame conseguente andrebbe collegata più che alla fame fisica a qualcosa di più: Gesù dirà più avanti, al momento della sua passione: Lc 22,15-16 “ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché non la mangerò più finché essa non si compia nel Regno di Dio”; la sua fame è aspirazione a lanciare nell’umanità il messaggio liberatorio del Regno di Dio sulla terra.
v.3 Allora il diavolo gli disse: Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane - Il pane è grano divenuto cibo quotidiano; ed è ben altro che una pietra. Suggestiva la rilettura  questa tentazione in Fèdor Dostoevskij nella Leggenda del grande inquisitore: “Vedi queste pietre nel deserto nudo e infuocato? Mutale in pane e l'umanità ti seguirà come un gregge docile e riconoscente, anche se eternamente timoroso che tu possa ritirare la tua mano e privarlo dei tuoi pani”. Il grande autore lancia l’avvertimento su un Gesù inquadrato nell’orizzonte illusionista, il quale tradirebbe la sua condizione umana, servendosi di prerogative divine per affermare la sua messianicità.
v.4 Gesù gli rispose: Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo Gesù, tentato di mutare una pietra in pane, è istigato a compiere un'azione in grado di convincere gli uomini perché riconoscano in lui il vero liberatore. E’ il caso di ricordare che la richiesta del diavolo sarà la stessa fatta dalle folle a Gesù, tanto che egli sarà costretto a dire - cf. Gv: 6,15 In verità vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati.
13 Dopo avere esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato - Il momento fissato è indicativo del fatto che satana non desisterà dalle sue intenzioni, fino a tentare Giuda ed a far rinnegare Pietro.

venerdì 8 febbraio 2013

La pesca miracolosa


10 febbraio 2013 V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Anno C
Isaia 6, 1-2a.3-8; 1Corinzi 15, 1-11
Luca 5, 1-11
In quel tempo, 1 mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di  Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, 2 vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. 3 Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca. 4 Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: “Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca”. 5 Simone rispose: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti”. 6 Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. 7 Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. 8 Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: “Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore”. 9 Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; 10 così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». 11 E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.
Premessa
Oggi il Vangelo offre un episodio raccontato con ricchezza di immagini, distribuite con ordine, coerenza, pregnanza creativa. E’ molto facile lasciarsi affascinare dal fatto in sé e dedurne che per ascoltare la Chiamata bisogna fare-gruppo attorno a Gesù. Il senso della fede connesso alla Chiamata a cui fa riferimento il testo è quello proprio dei primi nuclei cristiani in seguito alla morte e risurrezione di Gesù. La storicità assoluta dell’accaduto è smentita dal suo essere ricalcato sullo stesso schema di Isaia della prima lettura offerta dalla liturgia di oggi, nella quale compaiono a) un’analoga teofania accompagnata dalla naturale vibrazione emotiva di fronte ad un’esperienza del soprannaturale, b) un’analoga Chiamata, c) un’analoga generosa risposta ad essa. * Prenderne atto, oggi - quando nel mondo il senso del trascendente inaridisce o si sperde in mille rivoli - non è atto di ribellione all’appartenenza ad una comunità di fede, ma tentativo di aprirla ad un senso universalistico (i profeti ci hanno provato; ma anche i semplici e gli umili lo possono). * Giovanni XXIII affermava: non il mondo si deve convertire alla Cristianità, ma la Cristianità al mondo; e certamente per adeguarla, non allo stile mondano, bensì ai reali improrogabili bisogni radicati nell’umano. Il cardinal Martini, dalla sua Cattedra dei gentili, affermava che non bisogna fare la distinzione tra credenti ed atei, ma tra pensanti e non-pensanti; anche questa espressione potrebbe portare i suoi (di Martini) discepoli alquanto distratti all’equivoco di considerare la fede come ambito, sì, universale, ma di marca intellettuale più che mistico-profetica; mentre il mondo necessita di quest’ultima. * Leggere l’episodio del Vangelo di oggi al di là del suo significato immediato è doveroso impegno di chi scopre dentro di sé uno spazio aperto alla ricerca della Verità; spazio in cui Gesù si collocava nel professare la sua messianicità e nel renderla operosa nella vita, come risulta dalle tracce autentiche lasciate da lui e che troviamo disseminate nei Vangeli. Forse tali tracce testimoniano Gesù più ed oltre i singoli fatti che lo narrano.
Vangelo di oggi
(Ricucitura di seri studi esegetici)
Quello di Luca è un tipico racconto di vocazione. Lo stile è solenne nella sua stilizzazione, in grado di con-tenere l’essenza di ogni chiamata. Ogni passaggio lo conferma. * Inizia parlando di folla v.1 Mentre la folla gli faceva ressa. La folla accalcata e stupita attorno a Gesù è immagine ricorrente nel Vangelo come in tutta la tradizione profetica. Il luogo -presso di Gennèsaret- richiama l’immagine del mare quale sede (non solo per Israele, ma anche per una lunga tradizione orientale) dell’abisso del male: luogo in cui si rovescia miracolosamente la possibilità di vita. * v.3 Salì in una barca, che era di Simone. Gesù non annuncia più la parola di Dio nelle sinagoghe degli Ebrei, ma nella barca di Pietro che qui chiama Simone. Questi solo più avanti riceverà il nome di Pietro: il cambiamento di nome, nell‘orizzonte culturale biblico come di ogni cultura, indica l’assunzione di un nuovo significativo ruolo; Sedette e insegnava alle folle dalla barca. La postura del seduto era propria dei maestri. * V.4 “Prendi il largo”, cioè inoltrati nell'ignoto, esci fuori dai tuoi soliti schemi; cala le reti”, cioè immergiti nella Vita , perché la Vita non si può insegnare, ci si può solo immergere in essa (e non dev'essere per niente un caso che battesimo -baptizein- voglia dire proprio immergersi). * V.5 Simone rispose: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti” . La pesca infruttuosa suscita nei discepoli l'amara sensazione dello scarto tra la potenza dei desideri e la loro realizzazione effettiva. La risposta che Simone dà a Gesù marca il carattere di quest'uomo abituato alla fatica: forse rude nei tratti, a volte impulsivo, ma fattivo nella sua umiltà. * v.6 Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Questo particolare avvicina il racconto lucano a quello giovanneo di 21,1ss.; il che dimostra quanto l’episodio sia stato assimilato nella prima tradizione cristiana. * v.8 Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: “Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore”. Sono da notare i particolari: a) accanto al nome Simone compare quello di Pietro; b) all’appellativo di Maestro, subentra quello di Capo (Signore), entrambe forme che vogliono segnare il passaggio dall’idea di una superiorità di potere umano, di stampo nazionalista, all’idea di un potere riposto nella paternità divina universale; c) il dichiararsi peccatore di Simon Pietro risponde al bisogno di purificazione, propria di chi riconosce l’incombere della potenza di Dio nella propria vita (c’è analogia con il lebbroso -Lc 5,12-16- che si fa toccare da Gesù, e con Is 6,3-5; ma c’è anche un senso di indegnità nei confronti del passaggio da una signoria ad un’altra, di tipo ben diverso. * v.10 Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”. L’insegnamento di Gesù, nella tradizione cristiana, dovrà produrre abbondanza di vita per i pescatori e per i pescati; non è da dimenticare il fatto che Gesù è inquadrato tra due gruppi già formati, simboleggiati dalle due barche, capeggiate entrambe da Simone, per esemplificare la portata del nuovo insegnamento impartito.
[[[Lettura proposta SOLTANTO a chi volesse conferma della perfetta corrispondenza tra testo dell’Antica Alleanza e testo della Nuova: Isaia 6, 1-2a.3-8:   Nell’anno in cui morì il re Ozìa, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. Sopra di lui stavano dei serafini; ognuno aveva sei ali. Proclamavano l’uno all’altro, dicendo: “Santo, santo, santo il Signore degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria”. Vibravano gli stipiti delle porte al risuonare di quella voce, mentre il tempio si riempiva di fumo. E dissi: “Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti”. Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e disse: “Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato”. Poi io udii la voce del Signore che diceva: “Chi manderò e chi andrà per noi?”. E io risposi: “Eccomi, manda me!”]]].

giovedì 31 gennaio 2013

IV Domenica T.O. anno C


Piste di ricerca  sul vero Gesù
3 febbraio 2013 IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Anno C
Geremia 1, 4-5.17-19; 1Corinzi 12, 31-13, 13
Luca 4, 21-30
21 In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». 22 Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». 23 Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». 24 Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. 25 Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26 ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarepta di Sidone. 27 C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». 28 All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno.29 Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. 30 Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.
Una prima premessa
Questo lavoro settimanale è offerto a persone consapevoli del pericolo connesso ad un ascolto pigro della Parola di Dio, lasciandola imprigionata in parole intese in senso letterale. *** E’ vero, le masse (e noi con esse) hanno bisogno di pascersi di certezze. Ma i porgitori della Parola e coloro che la custodiscono nel proprio cuore, sono tenuti ad un atteggiamento cauto. C’è analogia tra il grave errore pedagogico di chi presenta ai bambini la fiaba come fatto reale anziché come racconto ricco di significato, e l’errore ancor più grave circa ogni questione di fede, il cui ambito riguarda quei valori trascendenti che danno all’esistenza il senso di ulteriorità. Non si può oscillare tra appiattimento sulle posizioni ufficiali in nome di un malinteso rispetto per le certezze acquisite o, al contrario, atteggiamento di disprezzo per le stesse (non si può strappare a cuor leggero ogni velo a racconti ormai assimilati come fior di verità storica). *** Non c’è bisogno di avere una grande cultura per capire che anche noi adulti per primi siamo poco capaci di rieducarci: ci costerebbe fatica! Ed è nociva la fretta nel leggere il Vangelo, soprattutto se vogliamo accompagnarlo ad un’esegesi non inquadrata nei parametri di riferimento che ci risultano allettanti.
Le nostre ataviche aspettative
DAI RACCONTI DI GESÙ ALLE FAVOLE DEGLI ILLUSIONISTI POLITICI DI OGGI - I racconti sono la forma illusoria per eccellenza, tant’è che da bambini non ne potevamo fare a meno; e quando siamo cresciuti, anche noi sostituiamo agli antichi racconti altri che ci illudano, pur serbando segretamente la convinzione che si tratti di illusioni. Non aiuta a svincolarsi dal cerchio magico delle illusioni, lo spirito contrappositivo: “questo qui ti illude, io ti dico fatti e non parole”, come se i fatti avessero una sola valenza e si potesse fare a meno dell’aspetto immaginativo e creativo che rende meno cruda la realtà concreta. *** ESISTE UNA VERITA’ ASSOLUTA DEL VANGELO? Il Vangelo è anzitutto kerigma, cioè narrazione orale, che prelude alla scrittura successiva. A quest’ultima perciò bisogna affidarsi con cautela. Quando l’istituzione ecclesiastica propone, a conclusione di ogni singola pericope la formula Parola del Signore, vuol ribadire con forza che essa abbia il marchio di un’approvazione assoluta. Ma sarebbe presuntuoso uno spirito assolutamente negazionista. E’ doveroso a) tener presente che l’ottica nella quale è impostata la parola scritta è derivata dalla predicazione orale, dal kerigma, appunto; b) serbare il rispetto per tale tradizione orale e, nel medesimo tempo, non rinunziare all’ascolto diretto dello Spirito nella coscienza personale (cosa che nessun pronunciamento dogmatico può impedire); c) attingere alle tracce del vero Gesù, nelle quali c’è di più di quanto è scritto, mescolato all’interpretazione.
Il vangelo di oggi
Gesù in patria sta annunciando se stesso come il Messia atteso. Il riferimento al profeta Geremia forse non ha un carattere che distanzia Gesù dalla linea profetica dell’Antica Alleanza, come vorrebbe il testo scritto. Sottolinea soltanto che la vocazione specifica del profeta scaturisce dal rapporto divino-umano di amore in cui Dio (il Dio trascendente) è il primo protagonista. ***  Molto bella e vicina al vero Gesù è la seconda lettura, in cui Paolo mette in guardia dal ricercare chissà quali grandi carismi (le grandi profezie, la grande fede che sposta le montagne, le grandi preghiere, i grandi gesti di carità…) ed invita a dare grande spazio alla carità quotidiana, fatta di attenzione, di rispetto, di fiducia. È questa carità che non verrà mai meno.  *** La sincerità di Gesù nel presentarsi quale vero profeta e messia non è apprezzata da quanti erano presenti nella Sinagoga, in maniera del tutto analoga a quanto era avvenuto ai profeti che l’avevano preceduto. E la stessa analogia c’è nel richiamo universalistico sotteso alla citazione circa l’agire profetico antico, pieno di attenzione più per il lontano ed estraneo che per il popolo ‘eletto’. *** Quando la scena cambia e all'ammirazione per Gesù succede la tipica gelosia paesana, c’è da considerare che il cambiamento probabilmente sia avvenuto in momenti successivi, raggruppati dal redattore evangelico, il quale fa dell’episodio un prologo della condanna a morte.  *** La frase attorno a cui ruota la differenza tra Gesù e i profeti precedenti - Lc 3,27 “Oggi si è adempiuta questa Scrittura nei vostri orecchi -, è richiamo alla traduzione nella vita concreta del messaggio profetico, sempre nuovo in quanto si fa attuale. Il bravo ascoltatore, di ieri come di oggi, verifica il suo incontro con Gesù attraverso la propria esperienza personale; e soprattutto prega.
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venerdì 25 gennaio 2013

L'inizio del ministero di Gesù


Stralci  esegetici

27 gennaio 2013 - III DOMENICA DEL T.O. anno C
Neemia 8, 2-4a.5-6.8-10; 1Corinzi 12, 12-30
Luca 1, 1-4; 4,14-21
1 Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, 2 come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, 3 così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, 4 in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto. 4,14 In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. 15 Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. 16 Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. 17 Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: 18 Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, 19 a proclamare l’anno di grazia del Signore. 20 Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. 21 Allora cominciò a dire loro: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”.
PREMESSA DI CARATTERE GENERALE
“In Italia la Sacra Scrittura è così dimenticata che rarissimamente si trova una Bibbia”: con queste parole, nei suoi Discorsi a tavola, Lutero bollava l’ignoranza biblica dell’italiano del Cinquecento. Da allora la Bibbia è approdata pian piano su un qualche scaffale. Oggi c’è maggiore consapevolezza degli imprinting culturali lasciati dal Libro per eccellenza. Non mancano studi che percorrono varie vie per la sua riscoperta, non ultima quella riguardante il mondo letterario e religioso degli apocrifi (libri nascosti perché esterni alla foresta canonica). *** Ma forse si dovrebbe indugiare di più su altre vie di confronto: come quella con la spiritualità di ogni tempo e luogo, ed intrinseca anche alle varie religioni e chiese. *** Nella ricerca della verità, è segno di umiltà un po’ di studio: non per gusto intellettualistico, bensì per la consapevolezza della possibilità umanissima di inceppare nella vaghezza di vari spiritualismi o nella pigrizia spirituale. Se il semplice contestare è un male, altrettanto lo è l’approssimazione o l’acquietamento su una dottrina pre-confezionata o, per converso, basata su nuove teologie unilaterali. *** La Bibbia è principalmente il Libro della fede; perciò ogni sua riscoperta va accompagnata da una forte adesione alla ricerca della verità, piantata da sempre nel cuore umano, ma da ravvivare nella continua implorazione (non di carattere pietistico!) dell’aiuto del Padre che è nei cieli, e cioè che trascende la storia. Nulla ha senso se si spegne la luce della trascendenza. I limiti temporali, di cui consta l’esistenza umana, sono vitale essenziale meravigliosa spinta verso la completezza, mai raggiungibile del tutto in questa terra. Rileggere la Bibbia con questo spirito ci può aiutare. *** E’ chiaro che qui offriamo soltanto una qualche segnaletica orientativa.
LUCA
Medico siriano, fa parte della prima comunità nazaretana. Infatti presenta Gesù che 16 venne a Nàzaret. Una breve parentesi per illustrare l’importanza teologica dell’indicazione di questo luogo: a) C’è chi pensa a un’assonanza con la parola nazîr, donde il nostro nazireo, come si chiamava la persona consacrata, cioè impegnata in alcuni voti descritti nel c. 6 del libro dei Numeri, come l’astinenza da bevande alcoliche, il non radersi la capigliatura, altro. La Bibbia colloca nella categoria dei consacrati personaggi come il giudice Sansone, il profeta Samuele e lo stesso Giovanni Battista. b) Alcuni studiosi rimandano a nezer, il germoglio che, secondo il profeta Isaia, spunta dal tronco arido della dinastia davidica. c) Altri sentono in quel Nazoreo, Nazareno, il ricorrere del verbo nazar, conservare, che ha dato origine al termine nazûr, riferito da Isaia al resto, cioè alla comunità ristretta dei veri fedeli che rimanevano tali anche nel tempo della prova; e riferito successivamente, nelle primitive comunità cristiane, ai fedeli che riconosceranno in Cristo il vessillo della supremazia d’Israele contro i dominatori. *** Luca scrive una cinquantina di anni dopo l’accadimento dei fatti; eppure si presenta quale testimone diretto, assieme a Giovanni, in quanto entrambi strettamente collegati alla prima testimonianza fiorita attorno a Maria. E’anche discepolo di Paolo che lo chiama ‘il caro medico’. – L’indugiare sulla fisionomia del Gesù che propone ai suoi, ne ha fatto il ritrattista della mansuetudine di Cristo. - Unico fra gli evangelisti, dice espressamente di considerarsi serio ricercatore della verità di Gesù: per stendere il suo racconto, ad imitazione degli scrittori storici greci, si è documentato, ha sentito testimoni, è andato alla ricerca delle fonti. Eppure la ricerca storica è considerata da lui di carattere sussidiario: il suo vero fine è raggiungere il destinatario, Teofilo (= l’amico di Dio), che rappresenta tutti i seguaci di Gesù.
IL VANGELO DI OGGI
Il Vangelo di oggi racconta l’inizio del ministero di Gesù. Egli, dopo il battesimo e dopo le tentazioni, ritorna in Galilea e incomincia ad insegnare. “Secondo il suo solito” v.15, entra nella sinagoga di sabato, giorno sacro per gli ebrei, e compie i gesti cultuali, che hanno il loro centro nella lettura assembleare della parola di Dio. Gli viene dato il rotolo del profeta Isaia e, apertolo, trova il passo in cui è scritto: “lo Spirito del Signore è sopra di me: per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato per annunciare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione...”. Tutti rivolgono lo sguardo a lui e attendono il suo commento. *** Il brano letto da Gesù ha la sua fonte in Neemia 8, 2-4a.5-6.8-10, il quale riporta Isaia (di 7 secoli addietro). A leggerlo è Esdra, sacerdote e scriba (attorno all’anno 444 a.C.). Il testo antico dice: egli (Esdra) “portò la legge davanti all’assemblea”, “tutto il popolo porgeva l’orecchio a sentire” e - particolare interessante - “piangeva, mentre ascoltava le parole della legge”. Da qui la proclamazione di Esdra assieme allo scriba ed ai leviti: “Questo giorno è consacrato al Signore vostro Dio; non fate lutto e non piangete!». *** Non ci potrebbe essere analogia più calzante con l’episodio del Vangelo di Luca; gesti, parole, atmosfera generale, sembrano ritagliati sullo stesso schema. Se l’ambiente in cui è inquadrato Gesù, non è più la celebrazione del ritorno dall’esilio babilonese, la parola chiave è la stessa: la liberazione (la parola libertà in Luca è ripetuta due volte), e riguarda nuove schiavitù, esteriori ed interiori. Ed è analogo, quasi identico, il richiamo allo Spirito Santo ed all’ademimento della rivelazione divina nell’oggi. 
LA LEGGE NELLA SCRITTURA ANTICA
Tra Legge e Buona Novella non c’è iato, tanto densa di amore è la Legge nell’Antica Alleanza, se ci si accosta al suo vero senso. Il termine ebraico corrispondente alla Torah ha un significato più ampio e profondo del generico Legge, nucleo attorno al quale si dispiega l’Antica Alleanza. La radice or, dalla quale potrebbe derivare, indica luce e splendore; la Legge è, perciò, non solo insegnamento, ma illuminazione e vita. La sua pedagogia non risponde ad un criterio di carattere intellettuale; è globale, abbraccia tutto l’essere e l’agire umano. Lamàd, insegnare, è il verbo fondamentale del maestro. O meglio, lamàd non vuol dire insegnare, ma imparare; e però, curiosamente, nella forma intensiva, limmed, diventa insegnare. Il fatto che stessa radice non distingue tra imparare e insegnare, stabilisce un circuito: il vero maestro è uno che anche impara, e il vero discepolo alla fine è capace di insegnare. Isaia affermava: 54,13: Sta scritto nei profeti: E tutti saranno “theodidàktoi”, ammaestrati da Dio. Il testo in ebraico dice esattamente: Tutti i tuoi figli saranno discepoli del Signore. Più rilevante ancora è l’oracolo di Geremia (31,31-34): Porrò io la mia torah nel loro animo; la scriverò sul loro cuore. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri: non ci sarà più il maestro, il sacerdote, il profeta, il sapiente che dovrà dire all’altro: “Riconoscete il Signore”; “perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande”. *** L’immagine autentica della Legge (ebraica) è altra rispetto alla costrizione imposta dalla classe sacerdotale. Altrettanto il commento di Luca all’episodio, posto in bocca a Gesù nel v.21 “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”, appartiene alla ‘tradizione apostolica’, derivata dalla prima generazione dei credenti in Gesù: lungi da fare un commento al testo del profeta, si parla della sua realizzazione in lui.
BREVE CONCLUSIONE
Alla domanda ‘in che misura possono servire questi stralci esegetici in ordine alla nostra fede oggi’ c’è una sola risposta: la libertà dell’uomo non è in grado di reggere tutto il peso della rivelazione di Dio attraverso la ricerca intellettuale. Ma l’affidamento assoluto all’interpretazione consolidata è pericolosa, e tale sarà sempre più nella storia. Lo si desume da ciò a cui assistiamo oggi: il progressivo procedere verso una fede destinata ad un numero di persone che appare quantitativamente grande solo a chi dimentica di volgere lo sguardo all’intero globo terrestre. Ma Dio si rivelerebbe davvero al Gesù di quel pugno inserito nell’alveo di una chiesa o di circoli ‘affollati’ di illuminati, critici contro le chiese? O in colui che segna una tappa di grande rilievo lungo il cammino umano? Davvero senza umile preghiera, ponte verso la trascendenza, possiamo solo smarrirci, fino a non riconoscere la vera grandezza di Gesù.



venerdì 18 gennaio 2013

Le nozze di Cana


20 gennaio 2013 - II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - Anno C
Isaia 62, 1-5; 1Corinzi 12, 4-11
Giovanni 2, 1-11
1 In quel tempo, il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. 2 Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 3 Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno vino”. 4 E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». 5 Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». 6 Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. 7 E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. 8 Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. 9 Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo 10 e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». 11 Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.
P r e m e s s a
Per la prima volta nel Vangelo si parla di Gesù alla testa di un gruppo di discepoli: sta per cominciare la sua attività. Mentre i sinottici, per iniziare il racconto della vita pubblica di Gesù, annunciano la ‘buona novella’, Giovanni presenta la festa delle nozze come la venuta di Gesù tra i suoi. Quasi tutti gli esegeti deducono dall’analisi letteraria che il racconto è simbolico più che un fatto accaduto (p.es. assenza degli sposi, mancanza del vino e di tutto ciò che una narrazione classica non avrebbe fornito). *** Staccarsi da ogni letteralismo nella lettura di questo, come di altri testi, significa percorrerlo senza pretese di riscontrare una conferma univoca di stampo positivista. Ma forse significa altrettanto negare altre pretese odierne di stampo storico-critico. Affermare che i fatti siano avvenuti così come sono narrati è arbitrario quanto affermare che essi siano semplice trasposizione ideologica delle prime comunità cristiane. E’ vero, la preoccupazione confessionale plurisecolare di offrire una lettura della Bibbia determinata da coloro che se ne fanno ‘custodi’, è sfociata, sfocia, in forme omiletiche e pragmatiche di mirato carattere pastorale, le quali hanno poco o niente a che fare con l’accostamento alle tracce di verità disseminate nei testi. Ma proprio in queste tracce si nasconde, mentre si rivela, qualche seme di verità: nel simbolismo che avvolge i testi biblici si apre un canale di conoscenza intuitiva ed immaginifica, intrisa della nobile passione per ciò che c’è di recondito nell’umano. Ma c’è da porsi seri interrogativi sul come ricavarne un metodo sobrio, non ideologizzato ed efficace, e sul come comunicarlo.
L E  N O Z Z E  D I  C A N A
CANA DI GALILEA – A differenza della Giudea, la Galilea starebbe a indicare un ambiente molto più aperto per l’azione di Gesù: con la sua parte montuosa avrebbe favorito la presenza dei nazionalisti ribelli al regime di Gerusalemme. Cana (che gli archeologi pongono addirittura in altro luogo della regione) –qanah- significa acquistare: alluderebbe al “popolo acquistato da Dio”(Es 15,16; Dt 32,6). *** LO SPOSO E IL REGISTRO SPONSALE costituiscono il fulcro di tutta la rivelazione biblica, a cominciare da quella dell’A.T.: sono simbolo del rapporto tra Dio e il suo popolo; così in Osea ed in Ezechiele, in tutta la predicazione profetica, e in maniera eclatante nel Cantico dei Cantici; perfino le parole conclusive dell'ultimo libro biblico sono un’appassionata invocazione a Cristo sposo ad affrettare la sua venuta: «Lo Spirito e la sposa dicono: «Vieni» (Ap 22, 17)». E la prospettiva, di quello che è stato chiamato il mistero agapico, tiene insieme «l'amami!» dell'unico Sposo e «l'ama il prossimo tuo!», introducendo nel cuore del messaggio gesuano. *** IL VINO nell’A. T. è espressione della gioia (Am 9,13-14; Os 14,8; Ger 31,12) e dell’amore fra lo sposo, YHW, e la sposa, il suo popolo. Solo che la classe dirigente si disinteressava della situazione del popolo e non si accorgeva della frattura concreta del patto di amore. Ecco perché il maestro di tavola, l‘architríclin, responsabile dell’organizzazione e dello svolgimento del banchetto, non è al corrente della mancanza di vino; e le giare, descritte con abbondanza di dettagli, sono di pietra come le tavole della Legge di Mosè, vuote come è svuotato di senso il pomposo rituale delle purificazioni, e nel numero di sei, cifra dell’incompletezza come il sesto giorno della creazione (il che postula una nuova alleanza). All’interno di tale simbolismo si nasconde il valore del Regno: vino ultimo (definitivo), migliore (riassuntivo delle qualità di tutti i vini precedenti e cioè dei libri sapienziali), abbondante (in grado di dissetare in pienezza). *** LA MADRE DI GESÙ è chiamata ‘donna’ (n seguito Giovanni userà altre tre volte questo epiteto e sempre senza riferimento all’origine biologica), come mai era avvenuto nell’A.T. L’ordine dato da Maria ai servitori riecheggia quello del faraone in Gen 41,55: “Andate da Giuseppe, fate quello che vi dirà”, ma soprattutto ricorda le parole che il popolo pronunciò sul Sinai: “Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo!” Es 19,8. Nel rivolgersi al figlio lei rappresenta la soluzione messianica; l’espressione semitica (lett. “che cosa a me e a te?”) con la quale Gesù le risponde, è tesa a dimostrare che la mancanza di vino è indipendente dalla volontà umana.
C o n c l u s i o n e
C’è un circolo vizioso tra a) critica all’impostazione teologica delle prime comunità, fonte idonea ad alimentare un confessionalismo presente ancor oggi nella chiesa cattolica e, in parte, anche nelle altre chiese cristiane, e b) nuovo affidamento all’impostazione teologica degli assertori dell’incarnazione di Cristo nell’umanità liberata definitivamente da ogni confessionalismo. *** Ci aiuta ad uscire dal circolo vizioso lo stesso testo. Così si esprime il redattore -Gv 2,11- “Questo, a Cana di Galilea fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui”. Emerge a chiare lettere la conferma che la fede dei seguaci di Gesù è fondata sulla manifestazione, nel Messia-Gesù, della “gloria”, la stessa gloria di cui si parla in Esodo 24,15.17, a conferma del legame tra Antica e Nuova Alleanza. I “segni”, lungi dall’assumere un senso miracoloso, sono tracce della “gloria, cioè di quello che è per essi perfetto compimento della promessa messianica. *** Ma come mai i segni perdono le caratteristiche di tracce della verità? La risposta è nella sete infinita di assoluto che c’è nel fondo del cuore umano: è più facile guardare al dito proteso verso la luna che alla luna: tanto da smarrire il valore inestimabile ed inesauribile delle tracce. Vogliamo fare il salto dalla temporalità all’eterno, dal senso del limite all’assoluto, al totale, al definitivo. *** Sì, ha una – forse unica- ragion d’essere il tentativo di fare questo salto: la forza rivelativa della Bellezza; tant’è che Ravasi preferisce affidare alle varie omelie la spiegazione del Vangelo, mentre indugia lungo le vie della Bellezza che immortala il Desiderio umano in ogni cultura tempo luogo. *** Mi piace concludere, come fa lo stesso esegeta, con la teologa tedesca Dorothee Söllle: “Confronta tranquillamente il Cristo con altri grandi; confrontalo con Socrate, confrontalo con Rosa Luxembourg, confrontalo con Gandhi. Lui regge il confronto. Ma sarà molto meglio che tu lo confronti con te stesso”.